Assalto dei pirati nel delta del Niger due navi equestrate

«Uomini armati hanno assaltato la Bbc Palonia (battente bandiera tedesca ) e un’altra alcune miglia a sud di Bonny River, uccidendo una persona e prendendone altre come ostaggi», ha detto il tenente Edward Yelbo, portavoce della marina nigeriana.

Finora non ci sono rivendicazioni dell’attacco, anche se secondo le autorità nigeriane potrebbe essere opera di ex ribelli insoddisfatti del programma del presidente Goodluck Jonathan di amnistia, riconciliazione e reinserimento dei guerriglieri che rinuncino alla violenza.
Il programma ha già coinvolto un primo gruppo di 2mila ex ribelli, che stanno seguendo un programma di riabilitazione con la promessa di scolarizzazione e inserimento nel mondo del lavoro. Ma diversi ribelli che si erano arresi nell’ultimo anno, insoddisfatti di ritardi e promesse mancate sono tornati a imbracciare le armi. «Ci aspettavamo questo tipo di problemi, ma il programma (di riabilitazione) andrà avanti senza indugi», ha detto Timi Alaibe, consigliere presidenziale per i problemi del Delta del Niger.

Nella regione del Delta del Niger, intensamente sfruttata da compagnie petrolifere internazionali, è attiva soprattutto il Mend (Movimento per l’emancipazione del delta del Niger). Il Mend colpisce con attacchi, attentati e sequestri le installazioni petrolifere, in nome della ridistribuzione degli introiti dello sfruttamento degli idrocarburi fra le poverissime popolazioni locali obbligando le compagnie a rallentare la produzione e a spendere denaro ed energie per le misure di sicurezza.

Sono centinaia le persone, la maggior parte, ma non tutte, legate al settore del petrolio, che sono state rapite nel Delta del Niger negli ultimi anni. La maggior parte è stata rilasciata dopo pochi giorni o poche settimane, molto spesso, dopo il pagamento di un riscatto.

INTERVENTO DI JOSEPH WEILER DAVANTI ALLA “GRANDE CHAMBRE”

1 Mi chiamo Joseph H.H. Weiler, professore di diritto presso la New York University e professore onorario presso la London University. Ho l’onore di rappresentare i governi dell’Armenia, della Bulgaria, di Cipro, della Grecia, della Lituania, di Malta, della Federazione Russa e di San Marino. Tutte le Terze Parti sono dell’avviso che la seconda Camera1 ha sbagliato nel suo ragionamento, nella sua interpretazione della Convenzione2 e nelle sue susseguenti conclusioni.

2. Il Presidente della Grande Camera mi ha spiegato che le Terze parti non possono entrare nei dettagli di un caso, ma si debbono limitare a trattare i principi generali sottostanti il caso, ed una sua possibile soluzione. Il tempo a disposizione è di 15 minuti, di conseguenza toccherò solamente solo gli argomenti più essenziali.

3. La Camera3, nella sua decisione, formula tre principi chiave: gli Stati che intervengono sono pienamente d’accordo con due di essi, ma dissentono decisamente dal terzo.

4. Concordano pienamente con il principio che la Convenzione garantisce agli individui sia la libertà di religione, sia la libertà dalla religione (la libertà religiosa positiva e negativa), ed essi concordano pienamente sulla necessità che un’aula scolastica educhi alla tolleranza e al pluralismo.

5. La Camera formula anche un principio di "neutralità": «Il dovere dello Stato di neutralità e imparzialità è incompatibile con ogni genere di potere da parte sua di valutare la legittimità delle convinzioni religiose o i modi d’espressione di quelle convinzioni»4.

6. Da una tale premessa la conclusione è inevitabile: l’esposizione di un crocifisso sul muro di una classe è stata ovviamente ritenuta espressione di una valutazione della
1 La Camera di sette giudici della seconda sezione della Corte europea dei diritti umani con sede a Strasburgo, ndr. 2 La Convenzione europea dei diritti umani firmata a Roma il 4 novembre 1950 e modificata successivamente con vari protocolli. 3 Cfr. nota 1, ndr. 4 Paragrafo 47 della sentenza del 3 novembre
legittimità di un convincimento religioso – il Cristianesimo – e quindi una violazione della Convenzione.

7. Questa formulazione della "neutralità" è basata su due errori concettuali che sono fatali per le conclusioni.

8. Primo, nel sistema previsto dalla Convenzione tutti i membri devono, in effetti, garantire agli individui la libertà di religione, ma anche la libertà dalla religione. Tale obbligo rappresenta un assetto costituzionale comune dell’Europa. E’, tuttavia, contro-bilanciato da grande libertà quando si tratta della religione o dell’eredità religiosa nell’identità collettiva della nazione e nella simbologia dello Stato.

9. Così, ci sono Stati membri in cui la laïcité è parte della definizione di Stato, come la Francia, e nei quali, di conseguenza, non ci può essere un simbolo religioso approvato e patrocinato dallo Stato in uno spazio pubblico. La religione è un affare privato.

10. Ma nessuno Stato è obbligato nel sistema della Convenzione a sposare la laïcité. Così, dall’altra parte della Manica, c’è l’Inghilterra (ed uso questo termine a giusto avviso) nella quale vi è una Chiesa di Stato, il cui Capo dello Stato è anche Capo della Chiesa, nella quale i leader religiosi sono anche membri d’ufficio del Legislativo, nella bandiera c’è la Croce e l’Inno nazionale è una preghiera a Dio di salvare il Monarca, e di concedere lui o a lei la vittoria e la gloria. [Anche se qualche volta Dio non ascolta, come è capitato in una certa partita di calcio, pochi giorni fa…]

11. Nella sua stessa definizione di Stato con una sua Chiesa ufficiale, l’Inghilterra sembrerebbe, nella sua ontologia, violare le strettoie poste dalla Camera, perché come si farebbe a non dire che con tutti quei simboli non vi sia un certo tipo di valutazione circa la legittimità di un credo religioso?

12. In Europa c’è una straordinaria varietà di relazioni tra Stato e Chiesa. Più della metà della popolazione dell’Europa vive in Stati che non potrebbero essere denominati Stati laïque. Inevitabilmente nell’educazione statale, lo Stato e i suoi simboli hanno un loro posto. Molti di questi, comunque, hanno un’origine religiosa o esprimono un’identità religiosa attuale. In Europa, la Croce è l’esempio più visibile, apparendo su innumerevoli bandiere, crinali, edifici, ecc. Sarebbe sbagliato sostenere, come alcuni hanno fatto, che la croce sia solo o meramente un simbolo nazionale. Ma è egualmente sbagliato argomentare, come alcuni hanno fatto, che ha solo un significato religioso. È tutti e due le cose, data la storia, parte integrante della identità nazionale di molti Stati europei. [Ci sono studiosi che sostengono che anche le 12 Stelle del Consiglio d’Europa hanno questa stessa dualità!]

13. Consideriamo una fotografia della Regina d’Inghilterra appesa in classe. Come la Croce, quella immagine ha un significato duplice. È l’immagine del Capo di Stato. Ed è anche l’immagine del Capo titolare della Chiesa d’Inghilterra. È quasi come il Papa, che è Capo di Stato e Capo di una chiesa. Sarebbe accettabile che qualcuno richiedesse che la foto della Regina non debba stare appesa nelle scuole per il fatto che non è compatibile con le sue convinzioni religiose e il suo diritto di educazione, perché cattolico, ebreo o mussulmano? O con la sua convinzione filosofica, perché non credente? Potrebbero la Costituzione irlandese, o quella tedesca non stare appese in una classe o non venire lette in classe, dal momento che nei loro preamboli troviamo un riferimento, nella prima, alla Santa Trinità e a Gesù Cristo Divino Signore, e, nella seconda, a Dio? Certamente il diritto di libertà dalla religione deve garantire che un alunno che obietta, possa non essere coinvolto in un atto religioso, possa non partecipare a un rituale religioso, o non debba avere una qualche affiliazione religiosa come condizione per dei diritti statali. Lui, o lei, dovrebbero certamente avere il diritto di non cantare God save the Queen5, se questo contrasta con la loro visione del mondo. Ma può, questo studente, chiedere che non lo canti nessuno?

14. Questa situazione europea rappresenta una enorme lezione di pluralismo e tolleranza. Tutti i bambini in Europa, atei o credenti, cristiani, mussulmani ed ebrei, imparano come parte della loro eredità europea che l’Europa garantisce da una parte il loro diritto di praticare una religione liberamente – entro i limiti del rispetto dei diritti degli altri e dell’ordine pubblico – e dall’altra il loro diritto di non credere affatto. Allo stesso tempo, 5 "Dio salvi la Regina", l’inno inglese. ndr come parte di questo pluralismo e di questa tolleranza, l’Europa accetta e rispetta una Francia e una Inghilterra, una Svezia e una Danimarca, una Grecia e una Italia, ognuna delle quali ha modi molto differenti di riconoscere simboli religiosi avallati pubblicamente da parte dello Stato e ciò negli spazi pubblici.

15. In molti di questi stati non-laïque, ampi settori della popolazione, forse persino la maggioranza, non sono più credenti. Ma il groviglio continuo di simboli religiosi nello spazio pubblico, e da parte dello Stato, è accettato dalla popolazione secolarizzata ancora come parte della identità nazionale, e come atto di tolleranza verso i propri connazionali.
Potrebbe anche essere che, un giorno, la popolazione britannica, esercitando la propria sovranità costituzionale, voglia liberarsi della Chiesa d’Inghilterra, come fecero gli svedesi. Ma questo è compito loro, non di questa egregia Corte, e la Convenzione non è mai stata di certo interpretata come per forzarli a farlo. L’Italia è libera di scegliere di essere laïque. Il popolo italiano può democraticamente e costituzionalmente scegliere di avere uno Stato laïque (e non è una questione per questa Corte se il crocefisso sui muri sia compatibile o meno con la Costituzione italiana, bensì per la Corte italiana). Ma la ricorrente, la signora Lautsi, non vuole che questa Corte riconosca il diritto dell’Italia di essere laïque, ma imporglielo come dovere. Questo non trova un fondamento nel diritto.

16. Nell’Europa di oggi i Paesi hanno aperto le loro porte a molti nuovi residenti e cittadini. Noi dobbiamo offrire loro tutto ciò che è garantito dalla Convenzione. Dobbiamo dare a loro un giusto trattamento, l’accoglienza e non discriminarli. Ma il messaggio di tolleranza verso l’Altro non dev’essere tradotto in un messaggio di intolleranza verso la propria identità, e l’imperativo giuridico della Convenzione non deve estendere il giusto obbligo che lo Stato garantisca una libertà religiosa positiva e negativa, sino ad una affermazione ingiustificata e senza precedenti che lo Stato si spogli di una parte della sua identità culturale solo perché le espressioni di tale identità possano essere religiose o d’origine religiosa.

17. La posizione adottata dalla Camera non è un’espressione del pluralismo proprio del sistema della Convenzione, ma è una espressione dei valori dello stato laïque. Estenderla all’intero sistema della Convenzione vorrebbe dire, con grande rispetto, l’americanizzazione dell’Europa. Americanizzazione in due aspetti: primo, una singola ed unica regola per tutti; secondo, una rigida separazione, in stile americano, tra Chiesa e Stato, come se non si possa aver fiducia che i popoli di quegli Stati membri la cui identità è non-laïque vivano i principi della tolleranza e del pluralismo. Questo, ancora una volta, non è Europa.  

18. L’Europa della Convenzione rappresenta un equilibrio unico tra libertà individuale di e dalla religione, e libertà collettiva di definire lo Stato e la Nazione usando simboli religiosi, o persino avendo una Chiesa ufficiale. Noi ci fidiamo delle nostre istituzioni democratiche costituzionali per definire i nostri spazi pubblici e i nostri sistemi educativi collettivi. Noi riponiamo fiducia nelle nostre corti, inclusa questa augusta Corte, per difendere le libertà individuali. È un equilibrio che ha servito bene l’Europa nei passati 60 anni.

19. È anche un equilibrio che può agire come una guida per il resto del mondo, dato che dimostra ai Paesi che credono che la democrazia implichi la perdita della propria identità religiosa, che non è così. La decisione della Camera ha rovesciato quest’equilibrio unico e rischia di appiattire il nostro panorama costituzionale rubandoci questa qualità superiore di diversità costituzionale. Questa egregia Corte dovrebbe recuperare questo equilibrio.

20. Passo ora al secondo errore concettuale della Camera – la confusione pragmatica e concettuale – tra laicismo, laïcité e neutralità.

21. Oggi, nei nostri Stati, la principale divisione sociale che riguarda la religione non è tra, diciamo, cattolici e protestanti, ma tra il credente e il "laicista".
La laïcité, non è una categoria vuota che significa assenza di fede. In tanti la considerano un ampio punto di vista che sostiene, inter alia, la convinzione politica che la religione trova un solo posto legittimo nella sfera privata, e che non può esserci alcun legame tra autorità pubblica e religione. Per esempio, solo scuole pubbliche laiche saranno finanziate dallo Stato. Le scuole religiose devono essere private e non godere di aiuto pubblico. È una posizione politica, rispettabile, ma certamente non "neutrale".

I non-laïque, benché rispettino in toto la libertà di e dalla religione, abbracciano anche alcune forme di religione pubblica, di cui ho già parlato. La laïcité vuole uno spazio pubblico denudato, un muro in classe privo di ogni simbolo religioso. È giuridicamente

disonesto adottare una posizione politica che divide la nostra società, e pretend re che in qualche modo sia neutrale.

22. Alcuni Paesi, come i Paesi bassi e il Regno Unito comprendono il dilemma. Nel campo dell’educazione, questi Stati capiscono che il loro essere neutrali non consiste nel sostenere il laicismo in opposizione al religioso. Così, lo Stato finanzia scuole pubbliche laiche, e nella stessa misura, scuole pubbliche religiose.

23. Se la tavolozza sociale di una società fosse solo composta di gruppi blu, gialli e rossi, allora il nero – l’assenza di colore – sarebbe un colore neutro. Una volta, però, che le forze sociali di una società si sono appropriate del nero come proprio colore, allora questa scelta non è più neutrale. Il laicismo non favorisce un muro privo di tutti i simboli di uno Stato; sono solo i simboli religiosi che hanno l’anatema.

24. Quali sono le conseguenze di tutto ciò sull’educazione?

25. Consideriamo la seguente parabola di Marco e Leonardo, due amici che stanno cominciando la scuola. Leonardo va a trovare Marco a casa sua. Entra, e nota un crocefisso: «Che cos’è?», gli chiede. «Un crocefisso – perché, non ne avete uno? Ogni casa dovrebbe averne uno». Leonardo ritorna a casa agitato. La sua mamma, con pazienza, gli spiega: «Loro sono cattolici praticanti. Noi no. Noi seguiamo le nostre convinzioni». Ora immaginiamo una visita di Marco a Leonardo. «Caspita!», esclama «nessun crocefisso? Un muro vuoto?» «Noi non crediamo in queste assurdità», gli dice il suo amico. Marco ritorna a casa agitato. «Sì, noi abbiamo le nostre convinzioni». Il giorno dopo entrambi i bambini vanno a scuola. Immaginiamo la scuola con un crocefisso.
Leonardo ritorna a casa agitato: «La scuola è come la casa di Marco. Sei sicura, mamma, che vada bene non avere un crocefisso?». Questo è il nocciolo della domanda di Lautsi.

Ma immaginiamoci, anche, che in questo primo giorno di scuola i muri siano vuoti. Marco tornerebbe a casa agitato. «La scuola è come la casa di Leonardo», griderebbe «Vedi, te l’avevo detto che non ne abbiamo bisogno».

26. Ancora più allarmante sarebbe una situazione in cui i crocefissi, che stavano sempre là sul muro, di colpo venissero rimossi.

27. Non fate quest’errore. Un muro denudato per mandato statale, come in Francia, può suggerire agli alunni che lo Stato sta prendendo un atteggiamento anti religioso. Noi abbiamo fiducia nei programmi scolastici della Repubblica francese, che insegnino ai loro bambini la tolleranza e il pluralismo, ed allontanino una tale nozione. C’è sempre un’interazione tra quello che c’è sul muro, e come esso è discusso e insegnato in classe. Ugualmente, un crocefisso sul muro potrebbe essere percepito come coercitivo. Ancora,

dipende dal programma svolto in classe contestualizzare e insegnare al bambino nella classe Italiana la tolleranza e il pluralismo. Potrebbero anche esserci altre soluzioni, come mostrare simboli di più religioni, o trovare altri modi educativi appropriati per veicolare il messaggio del pluralismo.

28. È chiaro che date le diversità dell’Europa su questo punto non ci può essere una soluzione che sia calzante per ogni Paese membro, per ogni classe e per ogni situazione. C’è bisogno di tenere conto della realtà politica e sociale dei diversi luoghi, della sua demografia, della sua storia e delle sue sensibilità e delle suscettibilità dei genitori. Però, la Francia con il crocefisso sul muro non è più Francia. L’Italia, senza, non è più l’Italia.
Così l’Inghilterra senza God Save the Queen.

29. Ci possono essere delle circostanze particolari in cui la soluzione adottata dallo Stato potrebbe essere considerata coercitiva e ostile, ma l’onere della prova deve restare comunque all’individuo, e il livello richiesto per la prova deve essere estremamente alto, prima che questa Corte decida di intervenire in nome della Convenzione nelle scelte educative fatte da uno Stato. Una regola per tutti, come ha deciso la seconda Camera, priva di un contesto storico, politico, demografico e culturale non è solamente sconsigliabile, ma mina il pluralismo, la diversità e la tolleranza più autentici che la Convenzione intende salvaguardare, e che sono il marchio dell’Europa.

Attenti alla cristofobia: la laicità non si puo imporre

"Sulla rimozione del crocefisso dalle scuole, se la Grande Chambre della Corte europea per i diritti dell’uomo respingesse il ricorso dello Stato italiano, temo che saremo di fronte non soltanto ad un gesto di cristofobia più o meno larvata e di inciviltà, ma anche a una manifestazione di fondamentalismo laicista".
In Vaticano c’è molta attesa sulla decisione dei giudici di Strasburgo. A parlare, dopo la riunione della Corte (il verdetto
sarà reso pubblico 1 solo fra sei mesi), è Julián Herranz Casado, Presidente emerito sia del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, sia della Pontificia Commissione disciplinare della Curia Romana. Herranz Casado, spagnolo, ha vissuto per più di 30 anni con Josemaria Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei.

Eminenza, quali sono le sue impressioni sulla sentenza della Corte di Strasburgo riguardante la rimozione del crocefisso dalle aule scolastiche?
"Mi sembra che i giudici siano partiti da due principi certamente condivisibili, come sono la laicità dello Stato e il diritto alla libertà religiosa. Ma tali principi sono stati interpretati e applicati con leggerezza, forse anche con un atteggiamento ideologico pregiudiziale. Sono perciò arrivati ad una sentenza – la soppressione del crocefisso nelle scuole, e specificamente nelle scuole italiane – che mi pare debba essere inquadrata tra le manifestazioni del fondamentalismo laicista".

Perché pensa che sia stato interpretato male il principio della laicità dello Stato?
"Perché la laicità rappresenta, sì, un principio costitutivo negli stati democratici, ma sono gli Stati a determinarne nei singoli casi i modi specifici di attuazione, alla luce delle varie circostanze e culture locali. Si tratta di rispettare, come ha ricordato il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nel suo recente e brillante intervento in merito, il principio di sussidiarietà nel rapporto tra gli Stati nazionali e le Istituzioni comunitarie. La laicità non può essere concepita come una ideologia o filosofia statale o comunitaria da imporre alle società nazionali violentando le tradizioni, i sentimenti e le credenze religiose dei cittadini".

Ma la sentenza della Corte europea di Strasburgo viene a ricordare che lo Stato ha anche il dovere di tutelare la neutralità religiosa delle sue istituzioni. Non le sembra giusto?
"Il concetto di neutralità religiosa, cui si richiama questa sentenza, è interpretato e applicato nel senso del fondamentalismo laicista o agnostico. Infatti, la neutralità religiosa o aconfessionalità dello Stato significa unicamente che nessuna religione avrà carattere statale, ma non che lo Stato debba essere anticonfessionale, cioè che debba sopprimere in modo autoritario la presenza nelle istituzioni pubbliche di qualsiasi segno o simbolo religioso. Tale atteggiamento di rifiuto della religione in quanto tale farebbe dell’ateismo una specie di etica o religione di Stato e, nel caso nostro, del Consiglio di Europa e dell’Unione europea".

Lei adopera l’espressione fondamentalismo laicista. Che cosa intende?
"E’ una ideologia totalitaria che, allontanandosi dal retto concetto di laicità, vorrebbe relegare la fede cristiana e in genere il fatto religioso al solo ambito privato della coscienza personale, abolendo ogni segno, simbolo o manifestazione esterna della fede nei luoghi pubblici e nelle istituzioni civili (scuole, ospedali, statue o monumenti, ecc). Tutto ciò scartando a priori che il cristianesimo, o in genere la religione, possa avere qualche dimensione culturale, storica o sociale che lo Stato debba riconoscere e tanto meno rispettare e tutelare".

Ma perché secondo lei la Corte di Strasburgo non avrebbe applicato rettamente il principio della libertà religiosa?
"La sentenza si richiama senza un vero motivo (poiché la semplice esposizione del crocefisso non ha alcun carattere impositivo o discriminatorio) al diritto alla libertà religiosa degli alunni non cristiani. Mentre non rispetta, per quanto riguarda gli alunni cristiani (la stragrande maggioranza nelle scuole italiane) e la patria potestà dei loro genitori, l’articolo 18 della "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" dell’ONU, che garantisce "la libertà di manifestare, individualmente o in comune, sia in pubblico che in privato la propria religione".
Quanto alla integrazione sociale, l’esperienza ha dimostrato cha la proibizione di ogni segno religioso nelle scuole (ciò avvenne in Francia nel 2004 prima del concetto di "laicità positiva") non la favorisce. Di fatto, come dimostra un documentato studio dell’International Herald Tribune del 2008, un numero crescente di famiglie musulmane francesi invece di una scuola "senza Dio" ha preferito trasferire i loro figli nelle scuole cattoliche".

Lei ha detto che estromettere la croce dalle scuole italiane o di altre nazioni di profonde radici cristiane sarebbe anche un segno di "cristofobia più o meno larvata e di inciviltà". Perché?
"Lo dicono in molti, anche non cristiani, come fece la famosa scrittrice Natalia Ginzburg, di origine ebrea, anni fa. La croce non è soltanto un simbolo religioso per i credenti, ma anche per tutti un segno di civiltà. In tanti ambiti della società (basti pensare a insegne come quella della "Croce Rossa", a determinate bandiere nazionali e istituzioni di diritto internazionale, perfino alle farmacie, cliniche e ospedali, ecc.) la croce è considerata da secoli un segno di alto valore civico e culturale, dell’amore che accoglie e aiuta fraternamente, di uguaglianza di tutti gli uomini nella dignità personale e nella comprensione delle loro sofferenze, ma anche un segno di pace, di concordia, di perdono.

Se la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo respingesse il ricorso dello Stato italiano appoggiato da altri undici Stati, e confermasse così la prima sentenza, temo che saremo di fronte non soltanto ad un gesto di cristofobia più o meno larvata e di inciviltà, ma anche a un’altra manifestazione di fondamentalismo laicista, dalla quale deriverebbe un danno per il concetto stesso di democrazia e di legalità democratica".

Non trattiamo con nessuno

"Non vogliamo trattare con nessuno. Né con Karzai, né con stranieri, fino a quando le forze d’occupazione non si ritireranno dall’Afghanistan". In una rara intervista, concessa alla Bbc, il più influente tra i portavoce dei Taliban, Zabiullah Mujahedd, respinge al mittente qualsiasi proposta di dialogo per cercare di pacificare il Paese e brucia ogni tentativo di negoziato messo in campo in queste ultime, drammatiche settimane. "Siamo certi di vincere", aggiunge l’uomo a più stretto contatto con la Shura di Quetta, l’organo decisionale ed esecutivo del movimento degli studenti coranici. "Perché mai dovremmo alzare le mani, avviare un dialogo, ora che le truppe straniere stanno pianificando il loro ritiro e i nostri nemici hanno grandi divisioni al loro interno?". Sebbene si tratti di propaganda, è chiaro che il vertice dei Taliban avverte ora la possibilità di ottenere quella vittoria fino a qualche mese fa considerata lontana, incerta e difficile.

Le dimissioni del generale Stanley McChrystal, dopo l’avventata intervista alla rivista Rolling Stone, pesano sullo sviluppo di un conflitto che il nuovo comandante delle forze Usa e Nato in Afghanistan, David Petraeus, deve ancora affrontare e cercare di risolvere nel modo più efficace e più dignitoso per Washington. Ma dietro le dichiarazioni ottimiste dei Taliban non c’è solo strumentalizzazione. Per la prima volta c’è la speranza di una vittoria. La consapevolezza di una prospettiva di successo. Fatto di numeri di soldati uccisi e di terreno conquistato. Il mullah Omar e i suoi comandanti non hanno dimenticato la strategia vincente usata nel 1996 per arrivare fino a Kabul. Fu grazie al consenso dei vari signori locali, della guerra e della droga, con l’erosione costante di villaggi, distretti e province che i Taliban convinsero anche i più riluttanti ad abbracciare la loro causa e a imporsi come i protagonisti di un nuovo ordine, sconvolto dagli scontri interetnici e tra clan dei diversi gruppi di mujaheddin.

La maggioranza degli afgani vede con orrore il ritorno al potere dei Taliban. Nessuno ha scordato le violenze, le censure, le assurde imposizioni del regime dei mullah. Ma di fronte a una guerra che si prolunga da nove anni, con la presenza di oltre 100 mila soldati stranieri, crescono ogni giorno di più l’insofferenza e il disagio. I Taliban conoscono bene la psicologia e gli atteggiamenti degli afgani. Sanno che al di là delle differenze etniche e dell’avversione di molti all’imposizione del codice pasthu, la maggioranza dei signorotti locali salirà sul carro dei vincitori al momento opportuno. Le teniche di guerriglia, la lenta erosione di fette di territorio, la sfiducia nei confronti del governo di Hamid Karzai, considerato corrotto e inconcludente, l’esito contestatissimo delle ultime elezioni segnate da evidenti frodi, l’alto numero di morti tra le truppe Nato (102 nel solo mese di giugno, più di tre al giorno) e adesso l’incertezza sulla strategia da adottare anche nell’amministrazione Obama sono tutti elementi che pesano sul futuro della guerra.

Mai come ora i Taliban si sono sentiti così forti. Le dichiarazioni di Zabiullah Mujahedd sono eloquenti. Mai come ora rifiutano la mano tesa di Karzai e dei comandanti britannici e americani, in prima fila nelle turbolente regioni del sud del Paese. Il generale David Petraeus arriva con il suo bagaglio di esperienze maturate in Iraq. Sa che gli scenari e i terreni sono diversi. Ma sa anche di non avere alternative: è l’ultima mossa di Barack Obama per allontanare lo spettro di una ritirata peggiore del Vietnam.

Ecco il webmagazine di al Qaeda

La grafica è vivace, i commenti sono volutamente provocanti e l’interattività è il suo punto forte, come si conviene a ogni pubblicazione su internet. Non manca neppure un pizzico di (perverso) umorismo. Ma "Inspire" (Ispirare), il giornale apparso in questi giorni sul web, non è un sito di informazione come tutti gli altri. Lo si intuisce già dal sottotitolo: "Ispirare i credenti". Ispirarli, sì, ma non tanto alla devozione o alle opere di bene, quanto al terrorismo, perché il nuovo periodico online si presenta come "il primo newsmagazine di al Qaeda in lingua inglese".

L’indice del numero inaugurale annuncia un "manuale dettagliato, facile da leggere, su come preparare una bomba con ingredienti che potete trovare nella cucina di casa", firmato con le psudonimo (è questo – se vogliamo – il pizzico di humour nero) "the AQ Chef", ovvero il Cuoco di al Qaeda. Un altro articolo spiega come "inviare e ricevere messaggi in codice". Poi c’è un’intervista "esclusiva" allo sceicco Abu Basir, uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica. E un editoriale di Osama bin Laden, intitolato "Come salvare la terra" (umorismo involontario, ma purtroppo non c’è niente da ridere).

Senonché la maggior parte dei servizi annunciati nell’indice non compaiono quando ci si clicca sopra con il mouse. Secondo esperti di intelligence americani e britannici non è ancora chiaro se l’assenza del materiale sia dovuto un’iniziativa di hackers al servizio dell’antiterrorismo occidentale, che avrebbero potuto contagiare il sito con un virus, rendendolo inoperante; o se è soltanto il risultato di un semplice ritardo o di qualche difetto tecnico che potrebbe essere riparato dai promotori dell’iniziativa nei prossimi giorni. C’è anche una terza possibilità, naturalmente: che si tratti di uno scherzo, di una paroda, una presa in giro. Ma le intenzioni di "Inspire", da quel poco che l’indice e altre due paginette lasciano intravedere, sembrano serie.

La pubblicazione pare una creatura di Anwar al-Awlaki, un predicatore islamico estremista da tempo ricercato dai servizi segreti americani: attualmente sarebbe nascosto in una zona tribale dello Yemen. Secondo l’indice, "Inspire" ha 62 pagine. Lo scopo è chiaramente quello di fare propaganda, in inglese, ad al Qaeda e di reclutare potenziali terroristi in Occidente, in particolare tra quei musulmani che non parlano l’arabo o non lo parlano abbastanza bene. "Inspire", pubblicato da Malahim Media, un gruppo editoriale che pubblica altre riviste online che sostengono il terrorismo, invita i lettori a inviare articoli, commenti e suggerimenti. "E’ nostra intenzione fare di questo giornale una piattaforma per presentare le più importanti questioni con cui deve confrontarsi oggi la nazione islamica", afferma l’editoriale. Osserva Bruce Riedel, un ex-agente della Cia che ora lavora per il Brooking Institution di Washington: "E’ un giornale che si rigolge chiaramente agli aspiranti combattenti della guerra santa in America o nel Regno Unito, in cerca del prossimo assassino di Fort Hood o del prossimo bombarolo di Times Square".

Strage al tempio, almeno 42 le vittime

MILANO – E’ di almeno 42 persone il bilancio delle vittime dell’attentato compiuto ieri sera da due terroristi che si sono fatti esplodere in un tempio sufi nella città pachistana di Lahore. Le esplosioni sono avvenute quando migliaia di fedeli si erano radunati al mausoleo del santo dell’undicesimo secolo Abdul Hassan Ali Hajvery, noto anche come Data Ganj Baksh. Oltre alle vittime, le autorità parlano di almeno 175 persone rimaste ferite.

DOPPIA ESPLOSIONE - «La prima esplosione si è verificata nel cortile del tempio – ha spiegato il capo della polizia di Lahore, Aslam Tareen -. Pochi minuti dopo un secondo attentatore suicida si è fatto esplodere dove i fedeli si lavano prima delle preghiere».

«NON CI FERMIAMO» – Il primo ministro Yusuf Raza Gilani ha duramente condannato l’attentato suicida. In un messaggio di condoglianze alle vittime, riportato dall’agenzia App, Gilani ha detto che «simili attacchi non pregiudicano la volontà del governo di combattere la minaccia del terrorismo e di eliminare i militanti integralisti islamici». Il premier ha ordinato l’apertura di un’inchiesta.