Uno scontro a fuoco per una ragazza

Teatro della vicenda è stato il villaggio di Qurqas che si trova nella provincia di al-Minya nel sud dell’Egitto. Secondo i testimoni, citati dal quotidiano al Sharq al Awsat, ad originare la rissa sarebbero state "le molestie ad una ragazza musulmana da parte di un giovane copto scapestrato". Molestie che ieri hanno scatenato una faida familiare fra due clan locali, uno copto e l’altro musulmano.
I due clan si sono affrontati a suon di armi automatiche e alla fine della battaglia sono rimasti sul terreno due musulmani, feriti gravemente. La polizia è intervenuta per riportare l’ordine nel villaggio ormai diviso in due ed ha confiscato diverse armi da fuoco, arrestando sei uomini dei due opposti clan. "Quello che è successo è stata un normale diverbio tra cittadini egiziani che non ha nessuna connotazione confessionale", ha tagliato corto il prete della chiesa del paese interpellato dal giornale arabo.

El Baradei: mi candido solo se voto è equo

Lo ha detto il diretto interessato che sembra così aver accolto gli appelli ad una sua candidatura, affermando nel contempo di esigerre "rassicurazioni di equità", scrive il giornale indipendente egiziano Al Doustur. "Il processo elettorale deve svolgersi come nei Paesi democratici ed essere interamente sorvegliato da un organismo nazionale indipendente", sottolinea il premio Nobel della pace del 2005, chiamando in causa le irregolarità delle elezioni del 2005. Il presidente Hosni Mubarak, 81 anni, allora era stato eletto per un quinto mandato di sei anni e il suo partito aveva ottenuto l’80% dei seggi in Parlamento. ElBaradei chiede anche la presenza "di osservatori dell’Onu per garantire la trasparenza" dello scrutinio e una riforma della Costituzione che consenta a "tutti gli egiziani" di presentare la loro candidature. La Costituzione deve essere "basata sulle libertà e i diritti umani concordati a livello internazionale". Mubarak non ha ancora fatto sapere se conta di ripresentarsi per un sesto mandato. Neanche suo figlio Gamal, spesso indicato come suo erede, non ha fatto conoscere le sue intenzioni. L’opposizione egiziana aveva detto di sperare di convincere ElBaradei a concorrere alla presidenza. La legge egiziana prevede la possibilità di candidarsi ai membri da almeno un anno del direttivo di un partito fondato almeno cinque anni prima delle elezioni. Dei membri del partito liberale al-Wafd si sono offerti di integrare ElBaradei nel direttivo del partito in modo che possa candidarsi. ElBaradei ha anche cominciato a ricevere l’appoggio di alcuni media indipendenti. (con fonte Afp)

Ho incontrato Bin Laden a gennaio

Il detenuto, il cui nome non può essere rivelato per ragioni legali, ritenuto da fonti pachistane in contatto con i leader talebani, afferma di aver incontrato Osama bin Laden in diverse occasioni prima degli attentati dell’11 settembre 2001. «All’inizio di quest’anno – racconta l’uomo – un mio contatto, che aveva visto il leader di al Qaida 15 o 20 giorni prima lungo il confine afghano, mi ha offerto un incontro con lui». Il "contatto" «aiuta la gente di al Qaida ad arrivare dallo sceicco (bin Laden) in modo che lui possa metterli al corrente dei piani che stanno portando avanti in Europa o altri posti».

Osama però «non sta mai nello stesso posto. Quella persona arrivava da Ghazni, quindi credo che stesse lì». Secondo il detenuto talebano, i militanti di al Qaida evitano i territori pachistani, temendo gli attacchi dei droni senza pilota. Un ex analista della Cia, Bruce Riedel, ha dichiarato alla Bbc che la storia è plausibile: «Le intelligence di tutto il mondo hanno dato la caccia a Osama bin Laden negli ultimi sette anni, e non hanno mai trovato una fonte di informazioni come questa». «Se fosse vera, sarebbe importante. Sappiamo che bin Laden è vivo, e che vive nelle terre lungo il confine tra Pakistan e Afghanistan», ha aggiunto l’esperto.

Strage a Mogadiscio: uccisi anche 3 ministri

Almeno venti i morti, ma è un bilancio certamente destinato ad aggravarsi, mentre fonti non confermate parlano già di oltre 30 vittime. Tra loro tre ministri, un quarto versa in coma profondo, e due giornalisti. I feriti accertati sono almeno 50, molti in condizioni gravissime.

Non ci sono state, finora, rivendicazioni. Ma tutti gli osservatori sono concordi nel ritenere che la strage sia opera degli Shabaab, gruppo integralista islamico considerato il braccio armato di al Qaida in Somalia, che ormai egemonizza la ribellione contro il Governo Federale di Transizione, internazionalmente riconosciuto ed appoggiato, ma molto debole sul territorio. Quasi tutta la Somalia, compresa la sua capitale, è ormai di fatto nelle mani degli Shabaab, che vi applicano in maniera crudelissima la sharia, la legge islamica.

L’attentato è avvenuto poco dopo le 10 del mattino locali (le otto in Italia) nell’hotel Shamo, che si trova nell’area detta del km 4, zona meridionale di Mogadiscio, ritenuta sicura essendo uno dei pochi spicchi della capitale controllato, almeno in teoria, dalle truppe governative e dai peacekeepers panafricani. Ma evidentemente non lo è, o non lo è più.

La scena di cui hanno parlato i sopravvissuti sono spaventose. Una gran fila di studenti – tocco in testa – che attendevano la consegna della laurea, in medicina. Molti i parenti presenti, e folta rappresentanza del governo. Poi tutto è esploso, con bradelli di corpi che volavano. Testimone muta, la telecamera di uno dei giornalisti morti, il fotoreporter della Tv al Arabia, Abdulkadir Omar Odulle (somalo come l’altro giornalista morto) che stava riprendendo la cerimonia. A un certo punto la telecamera vola per aria, cade in terra, e continua a girare per un pò, riprendendo gli orrori. Abdulkadir, intanto, è già morto.

Poi tre ministri. Quella della Sanità Qamar Aden Alì, che viveva e lavorava a Londra ed era tornata in Patria per rilanciarvi la speranza. Quello dell’Università Ibrahim Addow, anche lui rientrato dalla diaspora. Morta con lui anche la sua giovane figlia. Ancora, il responsabile della Pubblica istruzione Ahmed Abdullah. In coma profondo il ministro della Gioventù e dello Sport, Suleiman Roble. Se ce la farà, e le sue condizioni lo consentiranno, domattina sarà trasportato – con un’altra quindicina di feriti tra i più gravi- a Nairobi. Un altro durissimo colpo alle residue speranza di rovesciare il trend somalo, dove gli Shabaab appaiono sempre più padroni del campo, sulla strada di afghanizzare il Paese, con tremendi rischi di effetto domino in tutta la grande regione.

Non a caso proprio nei giorni scorsi fonti di intelligence avevano indicato che c’era il rischio di un attentato di rilievo da parte degli Shabaab, per riaffermare -dopo aver di fatto conquistato tutto il Sud, il Centro, e buona parte dell’Ovest, la loro sostanziale impunità, la capacità ci colpire ovunque e comunque. Tutte le cancellerie mondiali, come sempre, hanno condannato con sdegno l’attentato. Il che non smuove di un millimetro l’avvitamento sempre più drammatico e veloce della situazione.

Pakistan, decine di morti e feriti in moschea

ISLAMABAD - È di almeno 39 morti il bilancio dell’attacco contro una moschea di Rawalpindi, in Pakistan. L’attacco è stato effettuato da un commando formato da almeno quattro kamikaze durante la preghiera di mezzogiorno. Secondo le emittenti locali, il commando ha prima lanciato ordigni esplosivi contro i fedeli, aprendo quindi il fuoco all’impazzata contro le forze di sicurezza. La moschea si trova vicino al quartier generale dell’esercito ed è frequentata da molti militari.

Russia, rivendicato l'attentato al treno

MOSCA – Il gruppo estremista islamico del capo ribelle ceceno Doku Umarov ha rivendicato l’attentato dinamitardo avvenuto venerdì scorso contro il «Nevski Express», costato la vita ad almeno 26 persone: è quanto si legge su Kavkazcenter, sito internet considerato vicino all’organizzazione cecena.

IL COMUNICATO - «Dichiariamo che questa operazione è stata preparata e portata a termine nel quadro di una serie di operazioni di sabotaggio pianificate all’inizio dell’anno contro obiettivi strategici russi su ordine dell’emiro dell’Emirato del Caucaso, Doku Umarov», si legge nel comunicato di rivendicazione pubblicato dal sito e firmato «lo stato maggiore delle forze armate dell’Emirato del Caucaso». Umarov, leader indipendentista ceceno, si è autoproclamato Emiro e comandante di tutti i movimenti ribelli

Maroni, sul referendum non ho obiezioni

ROMA - Il "no" ai minareti deciso dai cittadini svizzeri continua ad animare il dibattito italiano. Con la Lega che vuole importare il modello nel nostro Paese, e la Chiesa che si oppone in nome della libertà religiosa. E oggi a sposare le tesi del suo partito è il ministro dell’Interno, Roberto Maroni: "Qualcuno – dichiara oggi da Varese – ha proposto di fare un referendum anche da noi: io non ho obiezioni".

I ministri leghisti. "Considero il referendum – prosegue Maroni – lo strumento principe della sovranità popolare, quindi si potrebbe fare con una legge, ma questo mi sembra meno importante; l’importante è riconoscere che quando il popolo decide bisogna bisogna tener conto della sua volontà". A favore di una consultazione sul tema di esprime oggi anche il ministro dell’Agricoltura Luca Zaia.

Il Pdl. Il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto dice di "condividere la posizione della Chiesa". Ma "un atteggiamento aperto in materia non vuol dire far cadere la guardia sull’eventuale eccesso di proliferazione di moschee o sulla trasformazione di luoghi di culto in sedi di proselitismo per il fondamentalismo e il terrorismo". Diversa la posizione del sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, ex An: "Se fossi nato in Svizzera avrei votato contro i minareti.

Il mondo cattolico. "I promotori del referendum svizzero e i loro corifei di altre latitudini si candidano come alfieri di un’identità cristiana minacciata da una nuova invasione musulmana, che arriva dopo quelle dei secoli scorsi. In realtà essi riducono il cristianesimo a un ‘pacchetto’ di valori strumentalmente preselezionati". Così l’editoriale di oggi dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Più prudente il cardinale milanese Dionigi Tettamanzi: "Inviterei a un clima di grande saggezza e realismo: dovremmo andare al di là delle emozioni e delle reazioni e impegnarci nella riflessione".

Le reazioni internazionali. Per l’alto commissario Onu per i Diritti umani, Navi Pillay, il divieto svizzero è "discriminatorio". Per il ministero degli Esteri turco, l’esito del referendum "viola diritti umani e libertà". Per il presidente della Corte europea di Strasburgo, Jean Paul Costa, "si tratta di un caso complesso, perchè prima bisogna esaurire i ricorsi interni, i quali sono però impediti dal fatto che in Svizzera non si può ricorrere contro un voto popolare".