Nella scuola distrutta dai talebani La battaglia per ricostruirla

SENJARAY (Afghanistan) – 5.56, 7.62, M14. La lavagna ricoperta di numeri non serve più a insegnare la matematica. Full Mags, Claymores, Grn Smoke non sono le parole inglesi che i bambini devono imparare a memoria. La classe è svuotata dei banchi e riempita di munizioni: proiettili, mine antiuomo, lanciarazzi. Sul tabellone di grafite, il sergente elenca quello che c’è in magazzino, che cosa manca, che cosa potrebbe servire, se la base finisse sotto attacco. Per i piccoli afghani, la somma è sempre zero.

La scuola Pir Mohammad si chiama adesso avamposto Pir Mohammad, uno dei Cop (Combat Outposts) sparsi come un lancio di dadi ben congegnato lungo la valle del fiume Arghandab. I plotoni del Primo battaglione, Seconda brigata, 101ª Divisione, ci passano quarantotto ore a turno. I soldati dormono sulle brande nel cortile, una stanza fa da palestra improvvisata, un bilanciere e qualche kettlebell, il crossfit è l’allenamento più adatto alle truppe d’assalto. Sul casco portano cucito il Cuore nero, simbolo della Brigata, e nel cuore nero della guerra afghana sono finiti.
La scuola Pir Mohammad era una scuola fino a tre anni fa. L’unica a Senjaray, una delle tre nel distretto di Zhari. Tremila ragazzi l’hanno frequentata, tra loro anche qualche bambina, agli abitanti piaceva l’idea che i figli studiassero. Ai talebani no. Quando la zona era sotto (scarso) controllo canadese, hanno assaltato l’edificio, fracassato i banchi e abbattuto le finestre. Perché nessuno avesse dubbi che la campanella aveva suonato per l’ultima volta, hanno minato le classi e i sentieri attorno.
All’avamposto si arriva scendendo dalla collina di pietre dov’è insediata la base principale, Camp Senjaray.

La sabbia della strada nasconde la visibilità e gli ordigni improvvisati piazzati dagli insorti. Al di là delle barriere di protezione Hesco, cresce la giungla. Vigneti, alberi di melograno, campi di marijuana, irrigati da un sistema di canali che raccolgono l’acqua del fiume Arghandab. Le ultime ventiquattro ore sono state tranquille, un missile Hellfire ha centrato una cellula che si stava muovendo tra la vegetazione, i droni (gli aerei spia senza pilota) hanno trasmesso per giorni gli spostamenti sui monitor della stanza operativa. «Prima di colpire, studiamo le abitudini – spiega il capitano Nick Stout -. Chi li aiuta, i contatti, dove tengono le armi». I talebani si nascondono tra i contadini, i kalashnikov e la ricetrasmittente sotto una coperta, attaccano e si dileguano.
I capelli biondi rasati alla militare, Stout è impegnato in una missione da civile. La scuola Pir Mohammad è diventata il simbolo (la rivista Time le ha dedicato una copertina) della dottrina di controinsorgenza professata dal generale David Petraeus, comandante delle forze Nato-Isaf. Non vince l’esercito che ammazza più nemici, ma quello che conquista la fiducia degli afghani. Il giovane capitano si è addossato la corsa contro il tempo e i fondamentalisti per far rinascere le classi a ottobre, dopo la fine del Ramadan, il mese sacro islamico.

Una parte nuova della struttura è dedicata alle bambine. «Durante le shura, le assemblee con i capi tribali, tutti ripetono: "Speriamo possiate farcela". Io rispondo: "Dateci una mano, diteci chi organizza gli attacchi, non aiutateli". Loro scuotono la testa». Quando il capitano Jeremiah Ellis, l’ufficiale che ha creduto per primo nel progetto, ha acquistato la terra per rinforzare la strada di accesso, i proprietari locali hanno offerto di regalarla. Anche loro amavano quella scuola, volevano che riaprisse. Ma all’americano hanno chiesto: «Potreste picchiarci un po’, per far credere ai talebani che l’avete requisita senza il nostro permesso?».
Il compito di Stout è da civile con mezzi militari. Quando sono arrivati a maggio, i soldati della 101a hanno cominciato da dove avevano lasciato gli uomini della 4ª Divisione di fanteria. Bonificare la zona. I cecchini hanno ucciso uno dei suoi uomini e il capitano ha piazzato i tiratori scelti sul tetto contro i tiri da quattro-cinquecento metri. Per permettere ai contractors di costruire la nuova stazione di polizia che proteggerà l’edificio, ha esteso con le pattuglie il perimetro sicuro attorno alla base, prima i talebani arrivavano fino a pochi metri dalle barriere e lanciavano dentro le granate.
Il vecchio campo della polizia locale sta dall’altra parte del canale, in uno dei cubi di fango che si sono solidificati sul deserto fino a diventare la città di Senjaray, otto-diecimila abitanti (quanti siano davvero nessuno lo sa, neppure il governo di Kabul). «Rocket Man» – così lo chiamano gli americani – ha la barba più impolverata della divisa e un sorriso che si divarica, quando racconta la sua specialità: sparare razzi. «Raffiche di Rpg, come noi usiamo i proiettili di piccolo calibro» dice un soldato, ammirato e perplesso. Il lanciagranate in una mano, il prossimo colpo nell’altra, il militare afghano non è frenato dalle regole d’ingaggio che limitano le forze della coalizione. «È il "courageous restraint" – spiega il tenente colonnello Johnny Davis, comandante della Seconda brigata -. Le nostre truppe prendono dei rischi per evitare vittime civili. Se per distruggere un commando di insorti, feriamo un bambino, abbiamo perso la battaglia di quel giorno».

Truppe d’élite come la 101a faticano a rassegnarsi alle restrizioni e l’idea di conferire un’onorificenza per atti di «courageous restraint» è stata ribattezzata «la medaglia di Obama ai vigliacchi» in un blog delle forze speciali.
Il fortino afghano sta appoggiato sul ciglio dell’«inferno verde», a pochi metri gli alberi nascondono i talebani, ogni giorno finisce sotto attacco. Il tenente Chris Kirnel, che guida il plotone di turno a Pir Mohammad, indica i vigneti, spiega quanto sia estenuante muoversi attraverso i campi, per evitare i sentieri principali ed evitare di saltare su una mina anti-uomo. «Gli afghani non fanno crescere l’uva sui pergolati, usano muri di fango, alti più di un metro e mezzo. È una corsa a ostacoli: salti il primo, ti ritrovi in un canale, salti il secondo… Avanti così per ore». Due spari tagliano la conversazione, colpi non accurati. «Sono infastiditi perché mi vedono quassù, non vogliono che ci muoviamo dal campo».
Il comandante locale non si illude: «Anche se la scuola riesce ad aprire, i talebani minacceranno i genitori e loro terranno i figli a casa». In questi giorni, il capitano Stout, 27 anni, sta cercando di convincere («diciamo pure che lo sto pregando in ginocchio») il governatore del distretto a visitare i lavori alla scuola. Karim Jan è aiutato da un solo assistente e sta asserragliato alla base Wilson, nel quartier generale americano per la valle dell’Arghandab. È stato il capo della polizia a Senjaray e qui lo conoscono tutti («non come il predecessore, che nessuno aveva mai visto» commenta un ufficiale). Gli è rimasto lo stile da sceriffo e quando esce per strada, si mette sempre in spalla un kalashnikov.

A Kabul le salme degli 8 medici trucidati

KABUL - I corpi degli otto medici occidentali trucidati sabato nel nord dell’Afghanistan sono arrivati a Kabul, mentre continua l’inchiesta per determinare i responsabili del massacro, rivendicato dai talebani. Sei medici americani, una britannica e una tedesca, tutti membri dell’ong cristiana International Assistance Mission (Iam) e due interpreti afgani sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, in quella che è stata una vera e propria esecuzione, nella provinci nord-orientale del Badakhshan. Nella rivendicazione i talebani li hanno accusato di essere dei "missionari" e delle spie per

DA ANNI IN AFGHANISTAN - Da anni i medici trucidati portavano cure e soccorsi in Afghanistan. Sono tornati a Kabul chiusi nelle bare dopo la morte. Prosegue intanto l’inchiesta per stabilire chi li ha uccisi all’indomani della rivendicazione, mentre continuano le violenze nel Paese asiatico con l’uccisione domenica di quattro poliziotti a Herat. L’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul ha annunciato che i corpi sono giunti a Kabul a metà giornata e che «personale del consolato, agenti dell’Fbi, rappresentanti delle ambasciate di Germania e Gran Bretagna procederanno poi con l’identificazione». Il gruppo di volontari uccisi, medici, dentisti, infermieri e oftalmologi, era guidato dall’americano Tom Little, che da anni viveva a Kabul, secondo quanto ha detto Dick Frans, il direttore esecutivo della International Assistance Mission (Iam), l’ong cristiana per la quale lavorava Little. L’uomo viveva in Afghanistan dalla fine degli anni Settanta e parlava correttamente la lingua dari, non nascondeva la propria fede, ma non cercava di convertire gli afghani, ha aggiunto Dick Frans.

LA DOTTORESSA INGLESE - Little aveva portato con sè la dottoressa Karen Woo, cittadina inglese di 36 anni, che aveva lasciato un impiego nel settore privato a Londra per lavorare a Kabul. «Sette degli otto volontari uccisi stavano di base in Afghanistan. Un cittadino americano era giunto qui per questa missione, ma era già venuto cinque o sei volte in passato», ha sottolineato Frans. In base alle prime indagini, gli otto medici viaggiavano a bordo di fuoristrada accompagnato da due volontari locali, ma senza scorta, quando giunti nei pressi del Nouristan, provincia sotto forte influenza talebana, è stato sorpreso da un gruppo di uomini che li ha fatti scendere dalle auto e trucidati dopo averli messi in fila. E mentre la Commissione indipendente afghana per i diritti umani ha reso noto che sono 1.325 le vittime civili uccise dall’inizio dell’anno, anche oggi il Paese asiatico ha vissuto un’altra giornata di violenza. Quattro agenti – tra cui una donna – sono morti in un attentato suicida compiuto con un’autobomba lanciata contro un convoglio della polizia a Herat, nella zona dove opera il contingente militare italiano.

la diva sexy che sfida al voto i conservatori musulmani

JAKARTA - La regina sexy delle soap e della musica pop indonesiana sfida i conservatori musulmani e si candida alle elezioni. Il suo nome d’arte è Julia Perez, ma in Indonesia tutti la conoscono come "Jupe" o ancora meglio come "sex bomb". Grazie alla sua avvenenza, alle canzoni piccanti e soprattutto alle dichiarazioni libertine (parla apertamente di sesso in un paese a maggioranza musulmano), è diventata il personaggio televisivo più famoso d’Indonesia. L’ultima scommessa della trentenne è la politica: il prossimo dicembre sarà candidata alle elezioni locali di Pacitan, agglomerato urbano nella parte orientale di Giava e luogo natale dell’attuale presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono. PERSONAGGIO CHE DIVIDE- In una società sempre più divisa tra chi guarda all’Occidente con interesse e curiosità e chi continua a predicare l’islamismo radicale, la Perez, all’anagrafe Yuli Rachmawati, è un personaggio che divide. Gli "occidentalisti" la considerano l’immagine dell’Indonesia futura, un paese pronto a rompere con le norme tradizionaliste e voglioso di aprirsi al mondo. Dall’altra parte i musulmani radicali la considerano l’icona del peccato. In effetti negli ultimi anni la trentenne ha fatto di tutto per provocare. Sul web compaiono numerose foto in cui si mostra con abiti succinti e mette in evidenza le sue prosperose forme. Il suo ultimo album s’intitola "Kamasutra" e chi lo acquista, trova all’interno un preservativo. Sono molti i suoi interventi pubblici in cui parla apertamente di sesso e invita i giovani a usare il condom durante i rapporti erotici. Alcuni conservatori hanno anche proposto di cambiare le regole in tema di elezioni e non permettere ai candidati con "difetti morali" di presentarsi alle consultazioni. Ma il popolo dei social network si è mostrato compatto dalla parte della Perez ed è riuscito attraverso una campagna di protesta a evitare la sua esclusione.

INFANZIA DIFFICILE - Nonostante lo straordinario successo popolare, la Perez non dimentica la sua difficile infanzia. Nata in una famiglia guidata da una madre single, era la maggiore di tre sorelle. Sin da piccola ha fatto lavori saltuari per procurarsi il cibo: «Trovare cibo a sufficienza era l’unico nostro sogno – ha dichiarato in un intervista al New York Times. – Al tempo non avevo altri sogni perché non avevo soldi». Più tardi grazie all’amicizia con una ragazza fidanzata con un australiano, scopre il mondo occidentale. Lavora come segretaria in un’azienda olandese di base in Indonesia. S’innamora di un ragazzo dei Paesi Bassi e parte con lui per l’Olanda. Ci resta tre anni e impara la lingua lavorando sempre come segretaria in una società collegata. Successivamente incontra un francese, che la introduce nel mondo della moda. Più tardi i due si sposano. La Perez viene notata da stilisti e pubblicitari e velocemente appare su importanti riviste occidentali come FHM e Maxim. Entra nella classifica delle 100 donne più sexy del mondo, conquista fama e successo, ma il suo unico pensiero è tornare a casa. Nel 2006 decide di lasciare il marito e l’Europa e rientra nel suo paese natale. Ha numerose offerte da registi e da sceneggiatori televisivi. Costruisce la sua immagine d’icona sexy e il forte sex-appeal diventa il suo marchio di fabbrica.

LAVORARE PER I POVERI - Oggi la bomba sexy dichiara tranquillamente di non aver alcuna esperienza politica e attacca gli amministratori politici corrotti: «Sono sexy e allora? Se mi guardate e mi vedete sexy, domani continuerete a mangiare. Ma se io vi rubo i soldi, domani non potrete mangiare e andare a scuola e diventerete degli uomini senza speranza». Afferma che se vincerà le elezioni combatterà per i tanti poveri che vivono nel territorio di Pacitan e cercherà di convincere gli stranieri a investire: «È una persona onesta – dichiara Sutikno, leader locale di Hanura, il partito politico dell’opposizione che ha convinta la Perez a candidarsi. – Ha tanta voglia di lavorare e d’imparare. Non era mai stata a Pacitan, ma dopo che l’abbiamo contattata, si è subito messa su Internet a cercare informazioni su questa località. A noi non importa che sia una bomba sexy». Alcuni osservatori invece si mostrano scettici e dichiarano che i politici dell’opposizione stanno sfruttando l’immagine della Perez unicamente per attaccare il presidente Susilo Bambang Yudhoyono proprio nel suo luogo natale: «Ho i miei dubbi su Julia Perez – dichiara l’autrice indonesiana Julia Suryakusuma – Tutto appare come una manovra dell’opposizione per mettere imbarazzo il presidente».

Attentato contro Ahmadinejad

E’ giallo su un attentato contro Mahmoud Ahmadinejad, con versioni diverse che vanno da una granata che ha fatto ferito giornalisti al semplice lancio di un petardo per festeggiare il presidente. Una bomba, una granata secondo la tv satellitare "al-Arabiya", è stata lanciata contro il convoglio del presidente iraniano nella zona di Hamadan. Ahmadinejad è uscito illeso dall’attacco, ma ci sarebbero alcuni feriti tra i giornalisti. Oltre ad ‘al-Arabiya’ lo riferiscono altre fonti locali, che precisano come lo scoppio sia avvenuto a un centinaio di metri dall’attentatore.

LA PRESIDENZA IRANIANA HA SMENTITO LA NOTIZIA – La presidenza iraniana ha invece smentito la notizia dell’attentato. Secondo quanto rende noto la tv iraniana in lingua araba "al-Alam", ci sarebbe stata effettivamente un’esplosione all’uscita di Ahmadinejad dall’aeroporto locale, ma non sarebbe stata provocata da una bomba, bensì da alcuni fuochi di artificio. In precedenza il sito del quotidiano ‘Khabar’ aveva riportato che la granata lanciata al passaggio del convoglio di Ahmadinejad aveva colpito il minibus dove viaggiavano i giornalisti che lo accompagnavano. Secondo Bloomberg, Ahmadinejad è poi apparso in tv in diretta mentre parlava a Hamadan. Nel suo discorso non ha parlato dell’attacco.

FERMATO UN UOMO, HA LANCIATO UNA BOMBA CARTA - A lanciare la bomba è stato un uomo, subito arrestato e interrogato dagli agenti della polizia iraniana per aver lanciato una bomba carta contro il convoglio del presidente Mahmoud Ahmadinejad, all’uscita dell’aeroporto di Hamadan. Lo ha annunciato una fonte della presidenza iraniana alla tv "al-Alam". «L’uomo ha lanciato una potente bomba carta di quelle che si usano solitamente durante i festeggiamenti ufficiali in Iran – ha spiegato la fonte – ma il suo gesto non è legato a un tentativo di attentato contro la vita del presidente. Infatti non ha provocato feriti. C’è stato solo un attimo di panico per il forte rumore provocato dall’ordigno». Secondo le autorità di Teheran, ci sarebbero i movimenti di opposizione dietro la diffusione della notizia di un attentato terroristico contro Ahmadinejad, ripresa dalla tv ‘al-Arabiyá e dal sito ‘khabaronline.ir’. Il presidente non ha fatto cenno all’attentato durante il comizio pubblico che ha poi tenuto nello stadio di Hamadan, mentre nei giorni scorsi aveva parlato di un piano israeliano per ucciderlo.

FRATTINI: «ATTO GRAVISSIMO» – Il fallito attentato al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è «un atto gravissimo» ha detto Franco Frattini esperimendo l’auspicio che «prevalga la moderazione e la calma, si faccia un’analisi ed un accertamento approfondito e non si trattagano conseguenze che potrebbero infiammare non solo l’Iran ma l’intera regione». «È un atto gravissimo, quando si parla di un attentato contro un leader politico, chiunque egli sia – ha detto ancora Frattini – è sempre un fatto grave».

Mosca, sventato dirottamento aereo

MOSCA – Le forze speciali russe hanno sventato un dirottamento aereo all’aeroporto Domodedovo di Mosca da parte di un uomo di 40 anni di Mineralnie Vodi, la località caucasica da dove proveniva il volo. Incolumi tutti i passeggeri, compreso il dirottatore che è stato fermato e in queste ore viene interrogato dalla polizia russa. Poco prima di essere catturato, aveva chiesto di poter parlare con i media e con le forze dell’ordine. Ancora ignoti i moventi del gesto.

LA LIBERAZIONE – L’operazione coordinata dai servizi antiterroristici moscoviti è scattata nel primo pomeriggio. L’aereo era fermo sulla pista del principale aeroporto moscovita già da qualche ora. L’intero scalo era in stato di allarme. Le teste di cuoio sono intervenite utilizzando dei travestimenti. Si sono finti medici e con la scusa di portare soccorso ad alcuni dei passeggeri (a Domodedovo la temperatura superava i 38 gradi centigradi, in una giornata di afa record in tutta la Russia centrale) sono penetrati all’interno del velivolo mettendo in salvo le persone a bordo e ammanettando il responsabile del tentato dirottamento.

LA DINAMICA – Secondo quanto ha raccontato il portavoce, si tratta di un passeggero del volo partito dalla città nel nord del Caucaso, Mineralnye Vody, e diretto a Mosca. «Ha cominciato a dare ordini all’ equipaggio», ha spiegato il portavoce, e il comandante ha dovuto dargli ascolto per non mettere in pericolo tutti gli altri passeggeri. L’aereo è però atterrato regolarmente a Domodedovo, e ed è rimasto sulla pista, con passeggeri ed equipaggio a bordo, per circa due ore. Quando un passeggero si è sentito male, con il consenso del dirottatore, sono stati chiamati i medici. I dottori sono saliti a bordo, portando però con sé le teste di cuoio delle forze speciali, che in pochi secondi hanno messo fuori gioco l’uomo e l’hanno arrestato, liberando tutti gli altri passeggeri. La polizia aveva isolato l’aereo dagli altri della pista di Domodedovo prima di procedere con l’operazione che ha portato alla liberazione liberato delle persone a bordo. Il dirottatore, 40 anni, originario di Mineralnye Vody, aveva chiesto di poter incontrare la stampa e i rappresentanti delle forze dell’ordine. «È stata la più rapida operazione di liberazione di un aereo nella storia dell’aviazione russa», ha detto il portavoce dell’aeroporto. Il Caucaso russo è un’area molto instabile dopo le guerre dei russi contro i separatisti in Cecenia. Gli attacchi e gli attentati sono molto frequenti nella zona.

Esplosione su petroliera nel Golfo: «È stato un attacco»

Per ora non sono ancora chiari i contorni nei quali si è verificato un grave danno a una petroliera giapponese. L’unica cosa certa è che la nave è stata danneggiata da un’esplosione vicino allo stretto di Hormuz, nelle acque fra l’Oman e l’Iran e si teme che sia stato un attacco.

SCARSA FUORIUSCITA DI GREGGIO, UN FERITO - La società proprietaria, la Mitsui Osk, ha riferito al ministero dei Trasporti nipponico che l’episodio, che ha registrato un solo ferito, potrebbe essere stato causato da un attacco esterno, mentre dal cargo di grande stazza non c’è stata fuoriuscita di greggio.

«È STATO UN ATTACCO» - La nave, malgrado i danneggiamenti, è riuscita comunque a proseguire la navigazione. Secondo la compagnia, l’esplosione potrebbe essere stata creata da un attacco esterno. «Dal momento che uno dei membri dell’equipaggio ha visto un lampo all’orizzonte immediatamente prima dell’esplosione, la società sospetta che sia probabile un attacco», ha detto il ministero dei Trasporti giapponese. La nave trasportava 270mila tonnellate di petrolio greggio, ma non sono state perdite segnalate dalla cisterna; e si dirigeva dagli Emirati Arabi Uniti verso il porto di Chiba in Giappone. Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico -con i porti di ricchi Paesi petroliferi come Kuwait, Bahrain e Qatar- e l’Oceano Indiano ed è un canale altamente strategico per le forniture energetiche globali.

Raid Israele su tunnel Striscia Gaza

L’aviazione israeliana ha attaccato nella notte alcuni obiettivi nella Striscia di Gaza senza causare vittime. Lo si e’ appreso da una fonte di sicurezza palestinese e da un portavoce militare israeliano. Gli aerei hanno lanciato missili contro due tunnel scavati sotto la frontiera con l’Egitto, causando danni. Il portavoce militare israeliano ha aggiunto che gli aerei hanno attaccato un sito di produzione di armi nel Nord della Striscia di Gaza.

Iran, nuove sanzioni dalla Ue Colpito il settore dell'energia

L’Unione Europea ha adottato nuove sanzioni contro il programma nucleare iraniano colpendo in particolare il settore energetico, il gas e il petrolio, strategico per la Repubblica islamica. Lo riferisce una fonte diplomatica che ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri di 27.

Le misure adottate dalla Ue vanno persino oltre quelle varate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu lo scorso 9 giugno. E’ previsto il divieto di ogni nuovo investimento, assistenza tecnica o trasferimento di tecnologia in Iran, soprattutto nel campo della raffinazione e della liquefazione del gas.

Inoltre, gli scambi commerciali con la Repubblica Islamica devono essere resi più difficili, vietate le attività delle banche iraniane ed esteso il numero di cittadini iraniani a cui vietare il visto, con particolare riguardo per le guardie della rivoluzione, l’armata ideologica del regime di Teheran. La maggior parte delle sanzioni diventerà effettiva da martedi, con la pubblicazione sul giornale ufficiale della Ue.

diffusi documenti segreti. Il Pakistan aiuta Al Qaeda

Sono 92 mila i documenti segreti del Pentagono sulla guerra in Afghanistan dal gennaio 2004 al dicembre 2009 che sono stati pubblicati dal New York Times, dal britannico Guardian e dal tedesco Spiegel in collaborazione con il sito Wikileaks (che lunedì mattina non era accessibile a causa del gran numero di accessi). Dalle carte emerge che «il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segrete per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani».

FILE RISERVATI – Dai file riservati emerge tra l’altro che «L’intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di Al Qaeda per progettare attacchi» e «faceva il doppio gioco»; «per la prima volta» è emerso che «i talebani hanno usato missili portatili a ricerca di calore contro gli aerei della Nato» come gli Stinger che Cia fornì ai mujaheddin di Osama Bin Laden «per combattere contro i sovietici negli anni Ottanta»; dall’arrivo di Obama alla Casa Bianca le truppe Usa «usano molti più droni automatici malgrado le loro prestazioni siano meno notevoli di quanto ufficialmente riferito. Alcuni si sono schiantati al suolo o si sono scontrati in volo, costringendo le truppe americane a intraprendere rischiosissime operazioni di recupero prima che i talebani riuscissero a impadronirsi dell’armamento e (della tecnologia) dei droni»; «La Cia ha allargato le operazioni paramilitari in Afghanistan» e «dal 2001 al 2008 ha finanziato l’intelligence afghana, trattandola come una sua affiliata virtuale». Secondo il Guardian i documenti rivelano il numero crescente di civili uccisi dalle forze della coalizione e dai talebani e «danno un’immagine devastante della guerra e del suo stato di fallimento in Afghanistan».

CASA BIANCA CONDANNA – La Casa Bianca ha «fortemente condannato» la fuga di notizie sulla guerra in Afghanistan. In una lunga dichiarazione, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jim Jones, sottolinea che l’azione di Wikileaks mette a repentaglio «le vite sia di americani, sia dei nostri alleati, e rappresenta una minaccia per la nostra sicurezza nazionale Wikileaks – ha aggiunto Jones – non ha fatto alcuno sforzo di contattarci circa questi documenti. Il governo degli Stati Uniti ha appreso da organizzazioni giornalistiche che questi documenti sarebbero stati pubblicati. Proprio per la grave situazione che si era creata nel corso degli anni, il presidente Obama ha annunciato la nuova strategia, basata su un sostanziale incremento di risorse in Afghanistan». Jones ha sottolineato poi il rapporto di forte alleanza che esiste tra Usa e Pakistan: «Gli Stati Uniti restano a sostegno del popolo pachistano e dello sforzo del Pakistan focalizzato a sradicare i gruppi estremisti violenti». Anche l’ambasciatore pakistano negli Stati Uniti, Husain Haqqani, ha definito «irresponsabile» la pubblicazione di documenti riservati.

Mubarak designa il figlio Gamal come successore

Nelle scorse settimane il presidente si è sottoposto a cure in Francia e in Germania, e ha più volto dovuto rinviare importanti appuntamenti, tra cui uno con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il Cairo continua a smentire recisamente, giovedì scorso fa in un editoriale il quotidiano governativo egiziano ‘al-Gumhuriyya’ ha duramente attaccato Israele, accusandolo di essere all’origine delle voci sulla salute del presidente.

Lo stato ebraico, afferma il giornale, «sta cercando di sfuggire dai suoi impegni per la pace e dall’accordo politico», sostiene ‘al-Gumhuriyya’. Il motivo delle «menzogne» israeliane, dice il quotidiano, «è chiaro: Mubarak è una delle forze più stabili della regione». In realtà però sono numerosissime le voci di un possibile tumore dell’ottantaduenne Mubarak, e non a caso si fanno sempre più intense le illazioni sulla successione. In particolare fonti mediorentali citate a condizione di anonimato dal sito web vicino all’intelligence israeliana ‘Debka File’, secondo cui i giochi per la successione al decano della politica egiziana sarebbero già chiusi, con la designazione di Gamal Mubarak, figlio dell’attuale presidente.

Secondo le fonti, il trasferimento dei poteri da Mubarak a Gamal avrebbe avuto inizio nell’inverno 2009 grazie all’aiuto degli organi militari e politici legati al Partito Democratico Nazionale, il movimento politico guidato dal presidente. L’accordo sulla nomina di Gamal, riportano le fonti citate da ‘Debkà, è stato raggiunto con i vertici dell’Esercito e dell’intelligence egiziana che avrebbero garantito un passaggio di poteri senza scossoni. Per questo motivo, secondo il sito web, non troverebbero riscontro nella realtà le voci circolate nelle scorse settimane secondo cui l’Esercito avrebbe scelto come candidato alla successione di Mubarak l’attuale ministro dell’Intelligence, Omar Suleiman.

Il presidente ‘in pectore’ Gamal Mubarak, conclude ‘Debka File’, dovrà affrontare subito due sfide che ne riveleranno il valore. La prima riguarda come procederà all’espansione dei suoi poteri, ovvero se raggiungerà la forza politica del padre per concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. L’altra sarà proprio il modo in cui Gamal Mubarak gestirà il processo elettorale, ovvero se permetterà la presenza degli osservatori internazionali così da garantire l’imparzialità del voto o se manterrà il sistema che ha garantito a suo padre 29 anni ininterrotti di governo del Paese.