Il regno del faraone al tramonto, così sarà l’Egitto dopo Mubarak

Fine della pace con Israele? Probabilmente nulla di tutto questo per almeno sei ragioni.
1.Hosni Mubarak, 83enne, provato dalla malattia, dall’età e dal lungo uso del potere non è ancora fuori gioco. L’incontro, domenica scorsa, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu al Cairo lo dimostra. Il caso di Fidel Castro prova del resto che le previsioni sulla longevità dei politici possono rivelarsi sbagliate.
2.Il potere in Egitto, tranne la parentesi vagamente democratica britannica, si è sempre mostrato stabile. Domina un popolo infinitamente paziente e da secoli abituato a obbedire a un’autorità statale piramidale in cui il «Faraone» è il simbolo, custode ma non il responsabile della sua legittimità.
3.L’Egitto, al contrario di tutti gli altri Paesi ex impero ottomano, è il solo a non avere problemi di identità e di minoranze con aspirazioni politiche. Non è un Paese arabo anche se arabe sono la sua lingua e la sua cultura. Basta parlare con un tassista che trasporta sauditi o siriani per rendersi conto di cosa il popolo pensi degli arabi, palestinesi inclusi.
4.L’islam egiziano è sunnita, non sciita. Teme la potenza emergente degli sciiti sotto la guida rivoluzionaria e espansionista dell’Iran. Quanto la preoccupazione dell’Iran sia reale lo ha recentemente dimostrato Mubarak stesso in una delle rare interviste concesse alla televisione israeliana. «Mai (mi accoderò) con l’Iran perché vuole cambiare l’Egitto dal di dentro».
5.L’Egitto è sempre stato sottoposto al controllo di militari delegati dal potere ottomano. Sfruttando lontananza e gli intrighi politici di Costantinopoli essi si sono resi indipendenti dalla Sublime Porta. Come i mammelucchi sconfitti da Napoleone o i khedive (vicerè) discendenti dal generale albanese Mohammed Ali, modernizzatore dell’Egitto nel XIX secolo. Uno degli aspetti significativi della rivolta degli «Ufficiali liberi» nel 1952 fu l’aver creato il regime militare indigeno nasseriano, nazionalista tutt’ora al potere.
6.Sarà la dirigenza di questo regime a determinare la successione di Mubarak come determinò quella di Gamal Abdel Nasser nel 1969 con Anwar El Sadat e quella di Sadat con Mubarak nel 1983. È un regime autoritario che non domina soltanto con la forza. Estende il suo controllo su tutti i settori dell’economia nazionalizzata e su una classe imprenditoriale (in parte costituita da ex militari), legata da reti di interessi e matrimoni, che alla stabilità del regime, alla continuazione della pace fredda con Israele e agli aiuti americani, collegati a essa, tiene molto.
La successione a Mubarak sia essa avvenga attraverso le elezioni previste per il prossimo anno (alle quali Mubarak ha rinunciato a presentare per la nona volta la sua candidatura), sia essa avvenga in anticipo per incapacità del presidente, sarà decisa all’interno del Palazzo, non fuori di esso. A emergere come nuovo Faraone potrebbe essere un militare (il generale Omar Suleiman 74 anni non molto in salute) o un civile (si specula sul figlio del presidente, il quarantenne Gamal Mubarak (nella foto piccola tonda) oppure una combinazione di personalità appartenenti ai due settori.

Improbabile appare la scelta di un candidato «esterno» all’establishment, come Mohammed El Baradei, ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche se la sua Aiea ha vinto il premio Nobel, e lui è popolare fra gli studenti e gli intellettuali, non è un militare; l’appoggio dei Fratelli musulmani potrebbe essergli di intralcio più che di aiuto.
Sospetto agli americani, inviso a Israele, compromesso con l’Iran, il bisogno dell’establishment di neutralizzarlo potrebbe tuttavia favorire l’emergere di un sconosciuto candidato. Fu il caso di Sadat, considerato da tutti il più innocuo, temporaneo, fra i possibili successori di Nasser. Fu lui, invece, a rompere l’alleanza militare e la dipendenza dalla Russia sovietica in favore di quella americana; a lanciare la prima guerra che piegò Israele e fare una pace con lui mettendo fine alla politica panaraba dell’Egitto, salvando l’economia del Paese dalla bancarotta e mutando il corso degli eventi in medio oriente.

Ahmadinejad contro Usa e Russia

Ahmadinejad all’attacco di Usa e Russia, i primi accusati di preparare la guerra contro "uno o due paesi del Medio Oriente", la seconda di esserne diventata complice. Anche se il presidente iraniano, citato dall’agenzia Mehr, non parla di un attaco diretto al suo paese, si tratterebbe di uno "scenario di guerra contro l’Iran", un "copione" preparato dagli americani che prevede di "attaccare uno o due Paesi in Medio Oriente amici dell’Iran con l’aiuto dei Sionisti per indebolire la determinazione della nazione iraniana. Ma la nazione iraniana – ha affermato Ahmadinejad – manderà in frantumi centinaia di messe in scena propagandistiche come questa".

Quanto alla Russia, fino a qualche mese fa il migliore alleato dell’Iran nel suo braccio di ferro con la comunità internazionale sul programma atomico, Ahmadinejad ha accusato il presidente Dimitri Medvedev di essere diventato addirittura il "portavoce" della politica americana contro il programma nucleare di Teheran. In particolare, di avere dato "il segnale d’avvio" al "copione Usa" quando, il 12 luglio scorso, ha affermato che Teheran è "vicina ad avere il potenziale" per fabbricare una bomba atomica. "Le affermazioni di Medvedev sono un messaggio pubblicitario per la rappresentazione teatrale che gli Usa vogliono mettere in scena".

Proprio la Russia sta ultimando la prima centrale nucleare iraniana a Bushehr, ma recentemente ha moltiplicato le prese di posizione critiche

verso la Repubblica islamica e il 9 giugno scorso ha votato a favore di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha imposto nuove sanzioni a Teheran. "Non capisco perché qualcun altro voglia pagare i costi per gli americani, che pagano sempre i loro costi dalle tasche degli altri" ha concluso Ahmadinejad.

La Corea del Nord minaccia gli Usa e Seul

La Corea del Nord ha minacciato il ricorso a una «potente dissuasione nucleare» di fronte alle manovre militari congiunte previste da Stati Uniti e Corea del Sud a partire da domenica nel Mar del Giappone. L’agenzia di stampa ufficiale Kcna ha parlato di «guerra sacra di rappresaglia», citando La Commissione della difesa nazionale di Pyongyang. «Tutte questa manovre di guerra non sono altro che pure provocazioni mirate a zittire la Repubblica popolare democratica della Corea con la forza delle armi – ha aggiunto l’agenzia -. L’esercito e il popolo si opporranno in maniera legittima con la loro potente dissuasione nucleare».

«PROVOCAZIONI» - Gli Stati Uniti hanno replicato esortando la Corea del Nord a smetterla con il «linguaggio provocatorio». «Non siamo interessati a una guerra di parole con la Corea del Nord – ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato Phlip Crowley -. Ciò che chiediamo alla Corea è meno linguaggio provocatorio e più atti costruttivi».

PORTAEREI - L’iniziativa di Washington e Seul, cui si aggiungerà per la prima volta il Giappone con il ruolo di osservatore, è stata decisa come reazione all’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan il 26 marzo (costato la vita a 46 marinai), la cui responsabilità è stata attribuita a Pyongyang, che da parte sua ha smentito ogni coinvolgimento. «Un messaggio per colpire la condotta aggressiva contro il Sud» ha detto il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, che prenderà forma con lo schieramento della portaerei a propulsione nucleare Uss George Washington, di una ventina tra navi e sottomarini, di oltre 200 aerei e di un totale di 8.000 militari. Una quantità di mezzi e uomini che ha fatto irritare anche la Cina.

SANZIONI - Già venerdì la Corea del Nord aveva minacciato una «risposta fisica» alle rappresaglie annunciate dagli Stati Uniti, che mercoledì hanno annunciato nuove sanzioni che il governo considera una violazione della dichiarazione del 9 luglio delle Nazioni Unite. In quella occasione, il Consiglio di sicurezza aveva condannato l’attacco, pur evitando di accusare direttamente Pyongyang, e aveva chiesto l’adozione di «misure idonee e pacifiche contro le persone responsabili dell’incidente», raccomandando di «evitare qualsiasi nuovo attacco o atto ostile contro la Repubblica di Corea (Corea del Sud, ndr) o nella regione». Nel mirino delle nuove sanzioni, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe finito un centinaio di conti bancari esteri, sospettati di essere al servizio di operazioni illecite di Pyongyang sulla proliferazione e compravendita di armi.

INCONTRI - Sul fronte delle trattative diplomatiche si terrà giovedì 29 luglio una terza riunione («provvisoriamente concordata») tra il comando Onu a guida Usa di stanza a Seul e la delegazione di militari della Corea del Nord, nell’ambito del confronto avviato la scorsa settimana sull’affondamento della Cheonan. Il secondo confronto, tenuto sempre «a livello di colonnelli», era durato 100 minuti. L’iniziativa ha lo scopo di arrivare a una riunione «a livello di generali» per verificare, attraverso un «gruppo congiunto di valutazione», se la tragedia della Cheonan sia o meno violazione dell’armistizio del 1953 che chiuse la guerra di Corea. La nota del comando menziona la dichiarazione presidenziale del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 9 luglio che ha chiesto «piena adesione all’armistizio e incoraggiato la risoluzione delle questioni in sospeso con mezzi pacifici». Le parti, in vista del prossimo incontro, hanno «accettano di sviluppare proposte concrete sulla base delle procedure dell’armistizio».

ISRAELE - Sale la tensione anche con Israele, che ha accusato davanti all’Onu la Corea del Nord di fornire missili balistici a Paesi del Medio Oriente, sottolineando che queste armi «mettono in pericolo la stabilità» della regione. «Israele è preoccupata di tali forniture poiché i missili mettono in pericolo la stabilità del Medio Oriente» ha affermato la delegazione israeliana all’Onu in una lettera indirizzata al Consiglio di sicurezza. A maggio il ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman aveva accusato la Corea del Nord di fornire armi e razzi ai palestinesi di Hamas e ai libanesi di Hezbollah, dando aiuto ai programmi di sviluppo missilistico della Siria e dell’Iran.

La polizia indonesiana abbatte una casa che ospitava una Chiesa domestica

E’ stata demolita dalla polizia una casa che ospitava una chiesa domestica e 10 persone sono state fermate, interrogate e rilasciate. Il fatto è avvenuto in Indonesia, a Bogor, Giava occidentale.

A quanto riferisce Compass Direct News (CDN), il 19 luglio agenti di polizia si sono presentati alla Narogong Pentecostal Church, costruita nel villaggio di Limusnunggal, sub-distretti di Cileungsi. Ci sono stati scontri e alla fine l’edificio è stato abbattuto e 10 persone arrestate.

"I residenti – ha raccontato Junaedi Syamsudin – anche non cristiani, avevano accettato la presenza della chiesa, ma dal 2008 un gruppo detto Forum of the Muslim Brotherhood di Limusnanggal si è dato da fare per ottenerne l’eliminazione. Tre mesi fa sono andati agli uffici di Cileungsi per contestare la presenza della chiesa e il reggente ha promesso di demolirla".

Secondo il capo delle operazioni di polizia di Bogor, Eddy Hidayat, la casa "non aveva il permesso di uso", ma il coordinatore della costruzione per Chiesa pentecostale, Hotlan P. Silaen ha sostenuto che la polizia non è stata neutrale. "Gli scontri con i cittadini – aggiunge – avrebbero potuto essere evitati se la polizia fosse stata neutrale e non fosse stata spinta in una situazione che ha causato danni fisici".

Ora, il reverendo Rekson Sitorus ha annunciato che la Chiesa intraprenderà "azioni legali" contro i responsabili della demoliziaione, compresa l’amministrazione di Bogor.

Grazie e arrivederci, Faraone Mubarak

che dall’inizio degli anni Novanta ha conosciuto grandi cambiamenti dal punto di vista economico ma non altrettanti da quello politico. I giovani invece, che hanno studiato più dei loro genitori (il tasso di alfabetizzazione è cresciuto notevolente), hanno viaggiato e sono "connessi", potrebbero dar vita a un cambiamento repentino ma non è detto che questo accadrà, perché al Cairo, come in Italia, vale pur sempre il vecchio adagio del Gattopardo.

Ma il paragone fra i due Paesi finisce qui. L’Egitto è un’autocrazia guidata ininterrottamente da un uomo solo al comando, fin dai primi anni Ottanta. Il "faraone" Mubarak – al cui cospetto, per longevità politica, il Cavaliere sfigurerebbe. Mubarak ha impedito al Paese di avere un’alternanza democratica, in quanto un solo partito, il suo, controlla il parlamento. Si è sbarazzato dei suoi avversari e ancora oggi può permettersi di mettere all’angolo un candidato competitivo come El Baradei, il "boss" dell’AIEA, l’agenzia onusiana sul nucleare. L’elenco non sarebbe finito, il Presidente ha tollerato per non dire legittimato gli espropri e le persecuzioni ai danni della ricca, ma cristiana, minoranza copta. L’Egitto insomma è uno "stato di polizia", come ebbe a dire una volta l’ex segretario al Dipartimento di Stato americano Condoleeza Rice.

Ora tutti si chiedono che cosa accadrà alla civiltà più antica del mondo quando il faraone non ci sarà più. Se lo chiedono gli egiziani, se lo chiedono gli analisti internazionali. Obama non sembra interessato più di tanto alla questione, visto che la Casa Bianca non si è mai permessa di "bacchettare" Mubarak, da quando il Presidente è andato a parlare al Cairo. Mubarak potrebbe lasciare il potere nelle mani del figlio, il delfino Gamal, assicurandosi il perpetuarsi della dinastia. Potrebbe ammalarsi, qualcuno dice che già lo è, sparendo repentinamente di scena: i carri armati sono dietro l’angolo, e l’esercito garantirebbe la transizione verso nuove elezioni. Una tutela pesante per una democrazia, ma che si è rivelata spesso necessaria.

Oppure arriveranno loro, discepoli e maestri della Fratellanza Musulmana. Mubarak allora lascerà il potere con un solo grande cruccio, quello di non essere riuscito a sconfiggere gli islamici che si preparano a entrare nella vita pubblica egiziana riunendosi in un partito politico. Per adesso, la Fratellanza non può presentarsi alle elezioni, c’è una legge dello stato che vieta espressamente la costituzione di partiti su base religiosa. Ma le leggi si possono cambiare, e in ogni caso alle consultazioni elettorali del 2005 i membri della Fratellanza hanno vinto come candidati "indipendenti", formando il più forte blocco di opposizione in parlamento (circa 20 seggi nell’assemblea). Attualmente l’Egitto si prepara a un doppio round, presidenziali comprese. Saranno un test per saggiare la forza della Fratellanza sul territorio, nei collegi locali, un consenso che c’è, ed è rilevante.

Nel corso degli anni, anche per venire incontro alle richieste dell’alleato americano, Mubarak ha represso, imprigionato, si dice torturato i membri della Fratellanza. Nonostante tutto, i leader musulmani promettono di seguire la strada della "democrazia islamica" turca, il modello Erdogan, anche se non è detto che rinuncino ad altri idoli, quello della paura, per esempio, il regime di Teheran: la Fratellanza è l’ispiratrice del movimento di Hamas, ampiamente finanziato dall’Iran.

Scrive l’Economist che l’America e l’Europa dovrebbero spingere fin da adesso, per non dire costringere, l’ottantenne Mubarak a garantire il rispetto delle leggi, l’autonomia del potere giudiziario, la libertà di stampa, i diritti delle donne e dei lavoratori, un’economia meno strozzata dal monopolio statale. Solo così il ritratto del Presidente sarà un chiaroscuro, con luci e ombre, e non un quadro lugubre. Ricorderemo il padre-padrone di cui l’Egitto si è liberato con difficoltà, ma anche l’uomo che ha proseguito nella strada tracciata dagli accordi di pace sottoscritti a Camp David con Israele. L’alleato ondivago ma presente. Il Presidente di una democrazia che si potrebbe gentilmente definire bloccata, non un autocrate dal carattere violento che ha represso la libertà politica – finendo per favorire i suoi avversari.

Un anno di Monarchia e 57 di Repubblica

Fu’ād II d’Egitto e del Sudan è stato il monarca più atteso dell’Egitto. A sospirarlo tanto era soprattutto suo padre, il celebre Re Fārūq I che, avendo collezionato solo figlie femmine dal suo matrimonio con Farida, decise di ripudiare questa per sposare in seconde nozze la Regina Narriman Sadeq. Inutile dire che il matrimonio durò due anni, ma ci fu il tempo necessario: il 16 gennaio 1952 nacque Faud II. L’erede al trono di una monarchia che vantava 150 anni di storia.

Il piccolo Fuad, evidentemente, non vedeva l’ora di diventare re. Lo stesso anno, infatti, ci fu un colpo di Stato militare guidato dal generale Muhammad Naguib e successivamente dal colonnello Nasser. Il 26 luglio il Re Fārūq fu costretto ad abdicare in favore del figlio di pochi mesi e a recarsi in esilio. La famiglia reale, e quindi anche il re infante, si diressero in Italia dove soggiornarono per vari anni. In Egitto venne quindi a formarsi una reggenza in nome del piccolo Fu’ād II, assente dal territorio nazionale.
La Repubblica venne ufficialmente proclamata il 23 luglio del 1953. Fuad, l’ultimo re dell’Egitto, vive attualmente in Francia. Ha avuto tre figli da Dominique Picard Loeb.

Sua Maestà Faruq I, per grazia di Allah, Re dell’Egitto e del Sudan, Sovrano di Nubia, del Kordofan e del Darfur (e scusate se è poco) rimase sempre fedele al suo paese, anche dopo l’esilio. Sentì il forte legame con l’Egitto sino a quando, nel 1965, morì seduto a tavola nella sua abitazione romana. Nel frattempo riuscì a sposarsi per una terza volta con Irma Capece Minutolo, una cantante napoletana di nobili natali.

In molti ricordano la passione per Faruq al tavolo verde. Durante una serata al casinò, terminata la mano e chiusi i rilanci, Faruq dichiarò, senza girare le carte, di avere un poker di re. Un giocatore di fronte a lui aveva un re in mano e osò chiedere: «Maestà, ce le fa vedere le carte?» Faruq, imperturbabile, voltò le carte. Aveva solo tre re, quindi un tris. Ma svelto aggiunse, con enfasi: «Il quarto re sono io!»

Le forze anti-governative si organizzano in vista delle elezioni parlamentari di ottobre

Per le elezioni parlamentari di ottobre in Egitto, i Fratelli Musulmani, forza d’opposizione principale, anche se non legale, tentano di coalizzare le forze anti-governative, tra cui il nuovo movimento lanciato dall’ex presidente dell’Agenzia atomica internazionale Mohamed El Baradei. I Fratelli hanno riunito una trentina di esponenti della minoranza parlamentare per coordinare l’azione delle forze d’opposizione. All’incontro oltre al leader dei Fratelli musulmani, Mohammed Badie, sono intervenuti Hassan Nafaa, coordinatore della National association for change, Osama el Ghazali, del Democratic Front Party e lo stesso El Baradei che con tutta probabilità dovrebbe concorrere per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Alla fine dell’incontro è stata comunicata l’intenzione di riunirsi di nuovo il prossimo 4 agosto sotto il motto "partecipare o boicottare insieme" riferito al comportamento da tenere durante le prossime elezioni. El Baradei, premio Nobel per la Pace nel 2005, ha anche sostenuto che "finché partiti dell’opposizione accettano di rappresentare meno di un terzo dei seggi parlamentari, si limitano ad essere decorativi". In sostegno della sua candidatura i Fratelli Musulmani hanno raccolto, secondo quanto sostenuto al termine del meeting, circa 100 mila firme in poco più di due settimane. Il riassetto del fronte di minoranza conterà anche sull’entrata nei social network con il lancio di Ikhwaqbook, una propria versione di Facebook.

IL FUTURO DELL’EGITTO

I Fratelli Musulmani, nati nel 1927 come movimento religioso ad opera di Hassan Al Banna, sono, potremmo dire, il capostipite per eccellenza dei movimenti fondamentalisti sunniti. Proprio da uno dei massimi ideologi di questo movimento, Sayyid Qutb, hanno tratto ispirazione per la loro ideologia moltissimi movimenti fondamentalisti, tra i quali Hamas e Al Jihad. Proprio quest’ultimo fu, attraverso i suoi uomini, l’esecutore materiale dell’assassinio di Sadat.

I Fratelli Musulmani in Egitto stanno avendo un progressivo e sempre maggiore consenso tra la popolazione, in quanto sono visti come l’unico movimento che può dare un cambiamento effettivo  all’Egitto.

Questo paese, dopo aver superato una  crisi economica  che ha visto negli ultimi anni  il valore del pound egiziano in caduta libera, una disoccupazione dilagante e un tasso di inflazione che – secondo un rapporto della banca centrale egiziana – aveva toccato la soglia del 14%, ora vive una crescita economica esponenziale legata a quella di altri paesi emergenti, ma ha bisogno di un cambiamento politico serio.

Mubarak nel frattempo, sta preparando la discesa in campo del figlio, che dovrebbe succedergli alla guida sia del governo che del partito. Quindi le voci che davano come successore di Mubarak il “capo dei servizi segreti egiziani”, Omar Suleiman, sarebbero infondate, o quantomeno smentite.

Il Rais, proprio per garantire una strada libera e priva di ostacoli alla discesa in campo del figlio, e il mantenimento della maggioranza di governo dopo aver visto l’avanzata dei Fratelli Musulmani, nel 2005 fece votare al parlamento un emendamento dell’articolo 76 della costituzione egiziana, che ora prevede che un candidato alle elezioni presidenziali debba ricevere il consenso alla presentazione della sua candidatura da parte di 250 deputati, e che il partito a cui tale candidato fa riferimento debba essere legale a tutti gli effetti; quindi il candidato non deve appartenere ad un movimento, ma ad un vero e proprio partito.

E’ palese che questa legge sia una garanzia per Hosni Mubarak e per il suo partito, che detiene la maggioranza dei seggi del parlamento, contro un possibile exploit dei Fratelli Musulmani alle elezioni del 2011. Un loro exploit potrebbe significare – se i Fratelli Musulmani guadagnassero altri seggi – il rischio di assistere alla nascita di una coalizione tra questi ultimi e gli altri partiti minori, che metterebbe a rischio la “forza politica” di Mubarak.

Di recente, e precisamente il 16 gennaio, al vertice dei Fratelli Musulmani è stato eletto come leader Mohammed Badie, un moderato che nel suo discorso di insediamento aveva detto: “non saremo nemmeno per un giorno avversari del regime”; una frase molto significativa in quanto era esplicitamente intesa come un atto di amicizia e di volontà di cooperazione con il Rais.

Ma ciò nonostante, il 20 febbraio, proprio per piegare i Fratelli Musulmani e non intavolare nessuna trattativa, il presidente Mubarak ha fatto arrestare tutto lo staff  di Badie e alcuni responsabili del movimento dei Fratelli Musulmani a livello regionale.

Il 2011 sarà l’anno dell’Egitto, con le sue “libere” elezioni. Potremmo assistere forse a un accendersi della violenza, se non verranno garantite le libertà politiche necessarie.

Shady Hamadi è uno studente di Scienze Politiche presso l’Università Statale di Milano

Pakistan, uccisi due cristiani, accusati di blasfemia

Erano appena usciti dall’udienza il pastore protestante Rashid Emmanuel e suo fratello Sajjad: il responsabile delle indagini aveva dichiarato di non avere prove a carico per confermare l’accusa di blasfemia scagliata contro di loro da un commerciante locale.

Da domenica si rincorrevano le voci di una loro possibile scarcerazione, ma ieri la violenza li ha colpiti mentre si trovavano ancora sotto custodia e ammanettati. Colpito e ferito anche un poliziotto di scorta in quello che non solo è un omicidio motivato da odio religioso, ma anche una sfida aperta alle autorità. Autorità che appaiono in gravi difficoltà a gestire un radicalismo che per lungo tempo hanno ignorato e in parte alimentato per non inimicarsi le frange estremiste della fede maggioritaria nel Paese . Autorità che da un lato consentono che nella legislazione trovino ancora spazio i provvedimenti che consentono per un semplice sospetto e dietro la denuncia di un musulmano l’arresto di un cittadino, quando la folla non decida di farsi giustizia da sé, dall’altro continuano a segnalare i principi di uguali diritti e libertà di credo indicati nella costituzione.

Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pachistana ha condannato l’omicidio dei due fratelli, «a giudizio per un presunto caso di blasfemia» e rinnovato l’appello perché il governo abroghi la legge.

La comunità cristiana della città e dell’intero Paese è sotto choc, ma da giorni attendeva con timore l’udienza di ieri nel timore di nuovi attacchi in una provincia, quella del Punjab, la cui antica tradizione di tolleranza religiosa e convivenza di popoli e lingue sta lentamente sgretolandosi. Per i crescenti timori, sottolineati dal lancio di sassi contro la chiesa del Santo Rosario, la settimana scorsa, numerose famiglie cristiane avevano abbandonato il quartiere cittadino di Waris Pura, la maggiore enclave cristiana dell’intero Pakistan con i suoi 100mila battezzati. Il 15 luglio una manifestazione nelle vie cittadine aveva chiesto la condanna a morte dei due fratelli. Il giorno successivo, al termine della preghiera del venerdì, le guide religiose musulmane avevano chiamato a nuove iniziative anticristiane.

In un clima di crescente tensione, domenica il parroco della Chiesa del Santo Rosario, padre Pascal Paulus aveva chiesto ai fedeli di «non parlare in alcun modo della religione (della maggioranza), perché da questo dipende la nostra sopravvivenza».  L’uccisione ieri dei due fratelli cristiani è avvenuta mentre è in corso nel Paese la visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton che ha proposto ai responsabili del Paese aiuti per l’equivalente di 500 milioni di dollari in cambio del sostegno alla lotta contro i taleban in Afghanistan e per contenere il loro contagio entro i confini pachistani.

Nuovo messaggio di Al Zawahri

DUBAI – Il numero due di Al Qaeda Ayman al Zawahri ha attaccato i leader arabi filo-occidentali accusandoli di essere più dannosi di Israele per i palestinesi. "Certi arabi sionisti con i quali viviamo e ci scambiano sorrisi sono più pericolosi dei sionisti ebrei", afferma un messaggio audio postato su siti islamisti spesso utilizzati da Al Qaeda. Al Zawahri attacca in particolare col presidente egiziano Hosni Mubarak per il blocco imposto alla striscia di Gaza. "Chi circonda il nostro popolo a Gaza? Non è il leader degli arabi sionisti Hosni Mubarak?", si chiede nel messaggio audio il numero due di Bin Laden che è di nazionalità egiziana.

Al Zawahri prende poi in giro Barack Obama per le sue dichiarazioni sull’Afghanistan: "Il povero Obama viene a Kabul e promette che i Taliban non torneranno al potere. Ma il poveretto può forse promettere che le sue orde rientreranno sane e salve in America?".

Si tratta dell’ultimo messaggio audio del vice di Bin Laden dal marzo scorso, quando un suo discorso elogiativo di due alti esponenti della rete del terrore uccisi in Iraq venne postato su un sito radicale islamico. Zawahri, come Bin Laden, sarebbe nascosto sulle montagne del Pakistan al confine con l’Afghanistan.