Gheddafi: «Accettiamo le scuse porte dall'Italia»

TRIPOLI (LIBIA) – «Accettiamo le scuse porte dall’Italia» per l’occupazione colonialista, «e prego tutti i libici di vincere i propri risentimenti e tendere la mano ai loro amici italiani in un rapporto paritario di rispetto reciproco». Sono state queste le parole pronunciate a Sirte davanti al Congresso generale del popolo libico dal colonnello Muammar Gheddafi in occasione del via libera definitivo da parte del Parlamento libico al «Trattato di amicizia e cooperazione» fra Roma e Tripoli lo scorso 30 agosto.

LE SCUSE DI BERLUSCONI – Prima di Gheddafi era infatti intervenuto il premier Silvio Berlusconi rinnovando le scuse dell’Italia per l’occupazione colonialista del passato. Il colonnello ha affermato di aver apprezzato molto l’intervento di Berlusconi, soprattutto laddove il presidente del Consiglio ha espresso la sua forte condanna del fallito progetto colonialista. «Giriamo questa pagina nera – ha concluso Gheddafi – e cominciamo una nuova era».

Iraq, assolto Tareq Aziz

È stato assolto stamani dal Tribunale speciale iracheno (Tsi) l’ex vice primo ministro Tareq Aziz, accusato assieme ad altri sette gerarchi del deposto regime, di aver favorito l’esecuzione di 42 commercianti e uomini d’affari nel 1992 a Baghdad. Lo riferisce la tv di Stato irachena con una scritta in sovrimpressione. Sono stati assolti, oltre a Tareq Aziz, tre importanti dirigenti baatisti: Ugla Abd Saqer, Ibrahim Saheb e Sayf al-Din al-Mashhadani.

Gli imputati sono accusati di esser responsabili dell’uccisione nel 1999 di sciiti durante le proteste popolari scoppiate nelle regioni meridionali del Paese in seguito all’uccisione dell’allora autorità religiosa sciita Muhammad Sadeq al-Sadr. Dal 26 gennaio, Aziz è imputato anche in un altro processo assieme ad altri 15 ex dirigenti del deposto regime, tra cui due fratellastri di Saddam Hussein e lo stesso al-Majid, con l’ accusa di essere responsabili dell’uccisione e deportazione di curdi sciiti iracheni all’inizio degli anni ’80.

Terza condanna a morte per Alì Hassan al-Majid, noto come «Alì il Chimico», riconosciuto colpevole dell’uccisione di un numero imprecisato di sciiti nel 1999: la condanna è stata decretata oggi dal Tribunale speciale iracheno (Tsi), che ha contestualmente assolto l’ex vice primo ministro. Su Alì il Chimico pendono già altre due condanne a morte per il suo ruolo nell’uccisione di decine di migliaia di curdi alla fine degli anni ’80 e per il suo coinvolgimento nella repressione della rivolta sciita del 1991. Assieme ad Alì il Chimico, altri due ex gerarchi iracheni sono stati condannati alla pena capitale, Mahmud al-Azza e Aziz al-Numan, mentre l’ergastolo è stato deciso per due alti funzionari del disciolto partito Baath, Latif Jasem e Muhammad Zimam, e per Abd Humud Hamid, allora primo segretario del deposto presidente Saddam Hussein.

Gaza, conferenza per la ricostruzione Berlusconi: «Da noi 100 mln di dollari»

CAIRO – È iniziata a Sharm El Sheikh, con un intervento del presidente egiziano Hosni Mubarak, la conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza e per il rilancio dell’economia palestinese sei settimane dopo la fine dell’operazione israeliana contro Hamas (27 dicembre-18 gennaio). Sono presenti circa 80 delegazioni. L’obiettivo è mettere insieme almeno 2,8 miliardi di dollari (oltre 2,2 miliardi di euro) per finanziare un piano di ricostruzione del territorio palestinese e di sostegno economico messo a punto dall’Anp del presidente Abu Mazen. Lunedì mattina il leader palestinese ha avuto un colloquio bilaterale con il premier Silvio Berlusconi, prima dell’intervento di quest’ultimo in plenaria nelle vesti di co-sponsor del summit. Presenti anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Javier Solana e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Intanto non cessano le tensioni nella Striscia, dove domenica sono stati lanciati razzi contro il sud di Israele. Il premier uscente israeliano Ehud Olmert ha minacciato una «reazione severa».

MUBARAK – «In questo momento la priorità è quella di arrivare a una tregua nonostante i passi indietro fatti da Israele – ha detto il presidente egiziano Hosni Mubarak aprendo i lavori -. Gaza è parte integrante dei territori occupati e durante la guerra ha subito forti danni. Noi come comunità internazionale possiamo fare molto per la ricostruzione dei servizi essenziali e per far ritornare la vita normale in questa città. La questione della ricostruzione è parte essenziale dell’iniziativa egiziana per porre fine alle violenze a Gaza. Gli sforzi egiziani continuano ancora oggi per far entrare aiuti umanitari a Gaza ma ora la vera priorità è l’arrivo ad un accordo per la tregua tra palestinesi e israeliani e nonostante il venir meno degli israeliani, e la sua volontà di inserire la tregua nella trattativa per lo scambio dei prigionieri, noi speriamo che possa cambiare la sua posizione».

BERLUSCONI – Durante il suo intervento, Berlusconi ha promesso che l’Italia stanzierà cento milioni di dollari, ma spalmati in quattro anni: «L’Europa farà la sua parte come il mio Paese. Annuncio 100 milioni di dollari come contributo italiano per la sola ricostruzione di Gaza. Con Mubarak abbiamo parlato del fatto che l’impegno si estende anche per i prossimi anni, quindi ho potuto prendere un impegno fino agli anni 2010-2011». Il premier ha sottolineato che è necessario creare due Stati, quello palestinese accanto a quello israeliano, che vivano in pace e sicurezza attraverso governi di unità nazionale. Gli israeliani – ha concluso – si diano «un governo capace di volere la pace e di assumersi i sacrifici che la pace comporta», i palestinesi si riconcilino e si riconoscano in un governo che abbia in Abu Mazen la spinta «a una pacificazione che la storia impone». Berlusconi ha detto che il piano Marshall è una delle priorità del G8 e ha prospettato un collegamento tra il mar Rosso e il mar Morto: «È importante per tutti gli Stati della regione perché ogni anno il livello del mar Morto scende in modo definitivo. È un piano voluto anche da Mubarak e che noi presenteremo al G8 e al G14».

SARKOZY – Anche Sarkozy ha invitato i palestinesi a mettere in piedi un governo di unità nazionale sotto il presidente Abu Mazen: «Lo dico ai paesi che hanno legami con Hamas, voi avete una responsabilità particolare per esigere che si riunisca al presidente Abu Mazen, il cui percorso per la pace, e solo quello, produrrà dei risultati». Il presidente francese ha rilanciato la proposta di una conferenza di pace: «Auspico che in primavera, in Europa, si tenga un vertice per rilanciare la pace nei suoi tre aspetti. Bisogna incoraggiare le parti a stabilire un calendario che porti entro la fine di quest’anno alla firma di un accordo e alla creazione di uno Stato palestinese percorribile, democratico, moderno, che vive accanto a quello di Israele». Sarkozy ha poi ribadito la sua determinazione a ottenere la liberazione del soldato franco-israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas da oltre due anni.

ABU MAZEN – Lo stesso Abu Mazen ha detto che le fazioni palestinesi non possono fare altro che riconciliarsi, dicendosi pronto al dialogo per un governo di unità nazionale e nuove elezioni presidenziali e legislative. «I nostri sforzi di ricostruzione verrebbero minacciati in assenza di una soluzione politica – ha detto il presidente dell’Anp -. È tempo che il popolo palestinese ottenga la sua libertà e che nasca uno Stato palestinese». Giovedì al Cairo Hamas e Fatah hanno concordato un dialogo per giungere al governo di unità nazionale entro il 20 marzo. Il precedente governo fu sciolto da Abu Mazen dopo che Hamas prese il potere nella Striscia nel giugno 2007.

900 MLN DA USA – Il Consiglio di cooperazione dei paesi del Golfo ha annunciato che destinerà 1,65 miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti verseranno all’Autorità nazionale palestinese 900 milioni, dei quali solo 300 andranno a Gaza, mentre 200 serviranno per aiutare i bilanci dell’Anp da tempo in rosso e 400 saranno destinati ad aiutare il programma di sviluppo economico della Cisgiordania. Hillary Clinton ha sottolineato che gli aiuti statunitensi «non potranno essere svincolati dal processo di pace». «Non vogliamo solo ricostruire ciò che gli israeliani hanno distrutto – ha spiegato il ministro per la Programmazione dell’Anp, Samir Abdullah al-Khita – ma vogliamo intervenire su tutti i problemi dell’economia locale combattendo in primo luogo la povertà, la disoccupazione e il deficit economico». Sono 34.270 le abitazioni distrutte parzialmente nel recente conflitto, altre 3.875 vanno ricostruite dalle fondamenta; secondo l’Onu ci sono 25.110

Fedi perseguitate

Sta tutto scritto, nero su bianco, nel dossier che Asma Jahangir, avvocata pachistana, ha presentato, pochi giorni fa al Palazzo di vetro, nella sua veste di rappresentante Onu sul diritto alla libertà religiosa. In India l’escalation del fondamentalismo di marca indù, che ha nel partito Bjp il suo braccio politico, mette a repentaglio la serena convivenza tra le varie componenti della popolazione, in larga parte induista, ma con una significativa presenza musulmana (centoventi milioni di abitanti) e un’antica e radicata comunità cristiana. I massacri susseguitisi nell’autunno scorso in Orissa non sono che la punta dell’iceberg di una situazione che conosce tensioni anche in altri Stati dell’immenso Paese. L’ostilità anti-cristiana, peraltro, è determinata da motivazioni extra-religiose, che hanno più a che vedere con la paura di una destabilizzazione del sistema castale e della supremazia indù, insidiata dal processo di riscatto sociale che la fede cristiana propugna per i dalit e i fuori-casta.

L’India non è certo l’unico Paese attraversato da tensioni religiose. Dal 1986 le Nazioni Unite hanno affidato a uno "special rapporteur" l’incarico di monitorare la situazione del "diritto di credere" nel mondo. Ebbene, nell’arco di questi ventidue anni l’incaricato Onu ha effettuato ben 1.130 interventi, per un totale di centotrenta Paesi coinvolti. Segno che la persecuzione – o, almeno, le discriminazioni – contro credenti di varie tradizioni sono un fenomeno diffuso a macchia di leopardo nei diversi continenti. Qualche caso? In Pakistan, dov’è obbligatoria l’indicazione della religione sulla carta d’identità, le banche non concedono prestiti ai cristiani.

In Sudan le autorità governative hanno distrutto cimiteri cristiani; in Turchia la legge attuale prevede che una chiesa non possa affacciarsi direttamente su una strada pubblica. In Venezuela si stanno moltiplicando gli episodi di antisemitismo. Poi abbiamo casi più gravi: i severi controlli sulla professione pubblica della fede che in Cina prevedono, a volte, l’arresto arbitrario di pastori protestanti, di preti e vescovi cattolici.

La "lista nera" stilata dalla commissione indipendente del Congresso Usa sulla libertà religiosa comprende undici Paesi di "particolare preoccupazione": Paesi retti da dittature come Birmania, Corea del Nord e la meno nota Eritrea (dove centinaia sono i cristiani arrestati, numerosi i missionari espulsi negli ultimi anni); regimi islamici (Iran, Pakistan, Arabia Saudita, Sudan), ex repubbliche sovietiche (Turkmenistan e Uzbekistan) e Paesi comunisti (come Repubblica popolare cinese e Vietnam). Altri otto Stati figurano in una speciale lista di osservati speciali, che riguarda situazioni meno gravi ma comunque problematiche; si tratta di Afghanistan, Bangladesh, Bielorussia, Cuba, Egitto, Indonesia, Nigeria e Iraq.

Anche in questo caso si tratta di Paesi a maggioranza musulmana o (nel caso di Cuba) di regimi comunisti. Quanto all’Iraq, è noto che i cristiani rappresentano il vaso di coccio del Paese. Oggi ne sono rimasti mezzo milione contro il milione e mezzo del 2000. Vero è che la Costituzione irachena stabilisce per tutte le religioni una parità di diritti ben superiore alle legislazioni degli altri Paesi arabi e musulmani, tuttavia nella pratica i cristiani non sono tutelati come dovrebbero. Negli ultimi tempi la situazione si va stabilizzando ma sono migliaia le famiglie che, nei mesi scorsi, hanno dovuto scegliere la via della fuga.

Se rimaniamo nell’ambito dei Paesi islamici, vanno segnalati – tra quelli che rendono la vita più dura ai credenti – Afghanistan, Arabia Saudita e Somalia che prevedono la pena di morte per apostasia. Anche in Algeria il clima è tornato ad essere pesante: una legge recente criminalizza chi tenta conversioni dall’islam. In Pakistan, mentre si discute sulla possibilità di introdurre la legge islamica tout court, in questi anni una legge sulla blasfemia varata strumentalmente si è tradotto in ripetuti abusi contro cristiani. Vittime della repressione in Pakistan sono anche alcune famiglie appartenenti all’ahmadiyya costrette a lasciare le loro case.

L’ahmadiyya è un movimento islamico, nato in alveo sunnita, giudicato eretico dal resto della galassia musulmana. Accade in Bangladesh, ma anche in Guinea Bissau, dove il Consiglio nazionale islamico locale ha chiesto al governo l’espulsione dei suoi membri dal Paese. Un’altra minoranza religiosa oggetto di persecuzione è quella dei baha’i, diramazione eterodossa dell’islam sciita di origine persiana, sorta nel XIX secolo. In Iran i baha’i sono oggetto di stretti controlli; così come accade per gli zoroastriani. Anche per i cristiani (armeni e caldei) la vita è tutt’altro che facile. Se in Indonesia, il Paese musulmano più popoloso al mondo, da qualche tempo il numero di episodi di intolleranza religiosa si va riducendo, la Malesia – che pure non è nel novero dei Paesi islamici più oltranzisti – tuttavia registra uno stillicidio di episodi che fanno percepire la situazione delicata delle minoranze non islamiche. Anche in Guinea Equatoriale sembra prendere piede una versione più aggressiva dell’islam, come prova la diffusa emarginazione dei non-musulmani dalle cariche pubbliche. In alcuni casi, è la minoranza indù a essere sotto pressione. In Bangladesh non mancano casi di conversioni forzate all’islam. In Nepal si registra un fenomeno allarmante: un numero crescente di lavoratori immigrati nei Paesi a maggioranza musulmana (si parla di seimila casi nella penisola araba), abbandonano le religione indù per abbracciare quella musulmana. I "convertiti", in questi casi, altro non cercano se non di migliori opportunità economiche e sociali. Chiudiamo questa carrellata con il Laos.

A differenza del confinante Vietnam, dove il pendolo della libertà religiosa ancora oscilla tra timide aperture e severi controlli, si registrano piccoli segnali positivi, come l’aumento del numero dei sacerdoti e la vitalità dei gruppi giovanili, sebbene la libera espressione della fede subisca ancora forti restrizioni.

Egitto; Ritrovata tomba faraone Amenhotep II di 3500 anni fa

Un gruppo di archeologi belgi ha portato alla luce, nella zona di Luxor, una tomba di un faraone di circa 3500 anni fa. Lo ha annunciato il Consiglio supremo delle antichità egiziane in un comunicato sottolineando che il team di esperti belgi ha scoperto la tomba di Amenhotep II, figlio di Thutmose III con il quale ha condiviso il potere per alcuni anni durante la diciottesima dinastia. La tomba era già stata scoperta nel 1880 dall’egittologo svedese, Karl Piehl, ma successivamente è stata ricoperta con la sabbia. Secondo il responsabile degli archeologi belgi, Laurent Bavay, le iscrizioni sui muri sono

Tre razzi lanciati da Gaza contro Israele

ASHKELON – Tre razzi sono stati sparati all’alba di sabato dalla Striscia di Gaza contro il territorio israeliano. Lo hanno reso noto fonti militari israeliane, secondo cui non ci sono stati feriti né si sono registrati danni materiali degni di nota. Un razzo ha colpito il cortile di una scuola di Ashkelon, in quel momento vuota, altri due si sono abbattuti al suolo senza provocare danni. L’attacco finora non ha avuto rivendicazioni. Dall’inizio della tregua ammontano ormai a oltre un centinaio gli attacchi da Gaza con razzi o colpi di mortaio, cui Israele ha reagito a sua volta lanciando incursioni aeree.

Un libro sull'educazione sessuale divide il mondo islamico

La povera donna non sapeva di poter trarre piacere trovandosi in intimità con lui". In un’altra occasione, un uomo voleva separarsi perchè la moglie lo rifiutava a letto. Lei riteneva degradante ciò che le veniva chiesto. Secondo Lootah, sarebbe stato facile evitare questi divorzi: con una buona educazione sessuale.

L’USCITA IN LIBRERIA – Ma da quando lo scorso mese è uscito in libreria, «I segreti delle relazioni sessuali delle coppie sposate» ha suscitato critiche e accuse su blog e siti web degli Emirati arabi. I critici, quasi tutti uomini, secondo il quotidiano saudita Arab News, affermano che l’argomento non dovrebbe essere discusso in pubblico. Alcuni hanno accusato Lootah di essere una peccatrice e un’infedele. Secondo il sito Arab.net avrebbe ricevuto anche minacce di morte per telefono e sarebbe stata definita su internet "una marionetta degli Stati Uniti e di Israele". Ma ci sono anche molte voci a favore che dicono che sarebbe meglio smetterla di considerare tabù l’argomento sesso, anche per il bene dei matrimoni.

AUMENTO DEI DIVORZI – Non ci sono stime ufficiali sul numero di divorzi negli Emirati, ma un sondaggio dell’Onu ha registrato un aumento del 13% tra il 2002 e il 2004, con circa 13.000 procedimenti in tribunale. Lootah è una donna devota. Indossa da più di 25 anni il velo, che le copre il volto oltre che il capo. Criticò Cherie Blair nel 2007 perché l’aveva definito una violazione dei diritti delle donne. «Indosso il velo perché credo che mi dia dignità e credo che le persone mi rispettino per questo», disse Lootah, intervistata dal quotidiano Gulf News. L’assistente sociale ha mostrato a studiosi ed esperti di Islam le bozze del libro prima della pubblicazione. «Tra loro c’era il mufti di Dubai, che l’ha approvato». Il suo scopo è aiutare le coppie sposate. Non è favorevole al sesso al di fuori dal matrimonio, all’omosessualità, alla masturbazione.

I CONTENUTI DEL LIBRO – Il libro di 221 pagine descrive le regole del matrimonio nelle società islamiche, ma non tratta solo di giurisprudenza. Affronta con un approccio domanda-risposta aspetti assai concreti come: avere rapporti durante il ciclo, se sia consentito o meno l’uso della pornografia, fare il bagno insieme, eccetera (ma l’autrice ha dovuto eliminare oltre 100 pagine perché troppo esplicite). Vengono inoltre raccontati diversi casi reali, appresi nell’esperienza di assistente sociale in tribunale, e vi sono molti suggerimenti. Non è la prima volta che, sostenendo la necessità di un’educazione sessuale più diffusa, Lootah fa scandalo: accadde già anni fa, quando esortò le autorità a introdurre corsi di educazione sessuale nelle scuole degli Emirati. Questo libro, comunque, ha spiegato, «è destinato alle coppie che stanno per sposarsi e non agli alunni delle scuole, che necessitano di educazione sessuale, ma in un modo adatto alla loro età».

Gli Usa: «L'Iran è pronto per fare la bomba atomica»

WASCHINGTON - Il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Usa, l’ammiraglio Mike Mullen, teme che l’Iran possegga sufficiente materiale nucleare per costruire una bomba atomica. Alla Cnn, Mullen ha risposto «penso siano in grado di farla, francamente», quando il giornalista John King gli ha chiesto se l’Iran possiede abbastanza materiale fissile per un’arma nucleare. Mullen, che partecipa ai principali talk show televisivi domenicali, ha parlato soprattutto di Iraq, confermando che la decisione del presidente Usa Barack Obama di ritirare tutte le truppe entro il 2011 e di terminare i combattimenti a fine agosto 2010 è stata presa in collaborazione con i vertici militari, che la condividono appieno