Egitto, turisti italiani respinti se la carta d'identità è prorogata

Prospettiva da incubo per qualunque turista, ma non troppo remota se la meta scelta per il relax agostano è l’Egitto. Con il passaggio da cinque a dieci anni della validità della carta d’identità italiana, com’è noto, chi aveva il documento in scadenza se l’è visto prorogare all’anagrafe con un apposito timbro.

Timbro che però le autorità di frontiera egiziane non riconoscono, tanto che la Farnesina, in una nota del 30 luglio, segnala «casi di respingimento di connazionali in possesso di carta d’identità valida per l’espatrio cartacea, con stampato il timbro del rinnovo sul documento stesso. Si raccomanda pertanto di utilizzare altro tipo di documento (passaporto), onde evitare il respingimento dal Paese». Visto l’inghippo, molte agenzie di viaggio si stanno attrezzando per comunicare la novità ai propri clienti.

Quindi, per partire tranquilli è bene ricordare che i documenti accettati nel Paese delle piramidi sono:

- Passaporto con validità residua di almeno sei mesi.
- Carta d’identità valida per l’espatrio, con validità residua di almeno sei mesi.

Non è riconosciuta la carta d’identità elettronica esibita con il certificato di proroga; non è garantito il riconoscimento di carte d’identità scadute con timbro di proroga.

A Teheran il processo farsa ai dimostranti

Uniformi grigie, qualcuno con il capo chino, la maggior parte con lo sguardo fisso avanti, un centinaio di iraniani sono apparsi in tribunale a Teheran. E’ iniziato ieri il primo processo per le proteste seguite alle elezioni del 12 giugno. E’ nota l’identità di una decina di loro: ex vicepresidenti, ex ministri, giornalisti. Le accuse: atti di vandalismo, legami con gruppi armati dell’opposizione, attentato alla sicurezza nazionale. Rischiano la pena di morte.

Dalle sedie color rosso porpora nell’aula affollata, gli imputati hanno ascoltato la lettura delle accuse da un documento di 15 pagine, secondo il quale i tre principali partiti riformisti avrebbero usato le elezioni per attuare una «rivoluzione di velluto » contro il regime (come quella del 1989 in Cecoslovacchia) come previsto da un piano organizzato da oltre un anno con fondi ricevuti da organizzazioni non governative estere. Secondo l’agenzia di Stato Fars , alcuni imputati hanno confessato in aula che la vittoria di Ahmadinejad è stata regolare, smentendo accuse di brogli da loro stessi rivolte e ripetute da milioni di iraniani in piazza. La prima seduta (non è nota la durata del processo) si è svolta a porte chiuse, senza avvocati difensori, in una Corte rivoluzionaria retta da religiosi. Saleh Nikbakht, avvocato di diversi degli imputati, l’ha saputo dalla tv. E’ corso in tribunale, non l’hanno fatto entrare. Mai la Repubblica Islamica aveva processato politici di così alto livello. Un tentativo di chiudere i conti con l’opposizione e di intimidire la società civile a pochi giorni dalla conferma del presidente Ahmadinejad, dicono gli esperti.

L’abiura esemplare è quella del 52enne Mohammad Ali Abtahi, religioso ed ex vicepresidente del riformista Khatami dal 1997 al 2005, ora braccio destro di Karroubi. Detenuto dal 16 giugno, secondo la moglie ha perso 18 chili. Sul capo mancava il turbante nero che lo qualifica come seyyed, discendente di Maometto. «Ho sbagliato a partecipare alle proteste», ha detto. «Quella delle frodi è una menzogna usata per provocare disordini in modo che l’Iran diventi come l’Afghanistan e l’Iraq». «Confessione» confermata dall’ex vicepresidente Mohsen Safai-Farahani, dagli ex ministri riformisti Mustafa Tajzadeh e Behzad Nabavi. «Gli eventi post-elettorali erano stati pianificati dagli americani da un anno», avrebbe ammesso il sociologo irano-americano Kian Tajbakhsh. Tra gli imputati: i giornalisti Mohammed Atrianfar e Maziar Bahari e il leader del maggiore partito riformista Mohsen Mirdamadi.

Osservatori e attivisti considerano il processo una farsa. Il leader dell’opposizione Mousavi ha smentito i legami con gli stranieri. «Riformisti come Abtahi sono fedeli al cambiamento nel profondo del loro essere », dice al Corriere Azadeh Moaveni , che è stata inviata di Time in Iran e ha scritto Lipstick Jihad e Viaggio di Nozze a Teheran (Newton Compton, in uscita il 6 agosto in Italia). Definisce il processo «una messa in scena con confessioni in stile sovietico» e ricorda il coraggio sempre mostrato da Abtahi: opinionista e blogger oltre che politico, rivelò per primo che la giornalista Zahra Kazemi era stata assassinata in prigione nel ’96 e che il regime ha protetto fuggitivi di Al Qaeda. Quando nel 2001 Khatami ammise che gli ultraconservatori avevano reso impossibili le riforme sperate, la scrittrice ricorda gli occhi lucidi di Abtahi. Ieri ha accusato Khatami di tradimento per aver appoggiato il cambiamento. «Questa ‘confessione’ — dice Moaveni — è una scommessa cosciente e calcolata per uscire dal carcere e tornare dalla famiglia».

Assalto a quartiere cristiano, sei bruciati vivi dagli islamici

ISLAMABAD - Sei cristiani: quattro donne, un bambino ed un uomo, sono stati bruciati vivi in scontri con la maggioranza musulmana in una città nel Pakistan centrale.

Le tensioni fra le due comunità della città di Gojra, nella provincia centrale del Punjab, sono sfociate in seguito a voci, secondo le quali, i cristiani avevano profanato un Corano, fatto poi smentito dalle autorità. Stamani le tensioni sono sfociate in sparatorie. Le televisioni hanno mostrato case in fiamme, strade disseminate di mobili anneriti e gente che sparava dai tetti.

Il Ministro per le minoranze, Shahbaz Bhatti, ha detto che una folla "sviata da estremisti religiosi", ha attaccato un quartiere cristiano e ha incendiato decine di case.

Iraq, sciiti nel mirino a Baghdad

Sciiti nel mirino a Baghdad, dove una serie di sei ordigni sono esplosi davanti ad altrettante moschee della capitale irachena, causando almeno 27 morti e 50 feriti. Uno dei centri di preghiera bersaglio degli attentati è quello frequentato dai seguaci di Moqtada al-Sadr, leader religioso sciita.

L’attacco più devastante è avvenuto nel distretto di Al-Shaab, dove un’autobomba ha provocato 21 morti e 35 feriti fuori dalla moschea di Al-Shurufi. Quattro persone sono invece morte a Diyala, davanti alla moschea di Al-Rasoul Al-Adham, due persone sono rimaste vittime di altrettanti ordigni nei quartieri di Zafaraniyah e Kamaliyah, mentre un’ultima bomva a Al-Elam ha causato 4 feriti.

Negli ultimi due mesi la maggioranza sciita è stata spesso l’obiettivo degli attentati a Baghdad, facendo
crescere il timore che i combattenti di Al-Qaeda stiano cercando di riattizzare gli scontri etnici nel paese, che fra il 2006 e il 2007 hanno causato decine di migliaia di morti.

«Perdono d'Assisi», il segno di san Francesco

L’indulgenza si può acquisire, una sola volta per sé o per un defunto, dalle 12 dell’1 agosto alla mezzanotte del 2, visitando una chiesa pubblica e recitando il «Padre Nostro» e il «Credo». Nei 15 giorni precedenti o seguenti si devono adempiere le tre solite condizioni: Confessione e Comunione sacramentali e una preghiera (un «Padre Nostro», un’«Ave Maria», o un’altra a scelta) secondo l’intenzione del Sommo Pontefice.

La storia. La tradizione fa risalire il tutto alla notte del 1216. Francesco era immerso nella preghiera e nella contemplazione nella chiesetta della Porziuncola, quando improvvisamente dilagò nella chiesina una fortissima luce e Francesco vide l’altare rivestito di luce e alla sua destra la Sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di angeli. Francesco adorò in silenzio con la faccia a terra il suo Signore.

Gli chiesero allora che cosa desiderasse per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco fu immediata: «Santissimo Padre, benché io sia misero peccatore, ti prego che a tutti quanti, pentiti e confessati verranno a visitare questa chiesa, gli conceda ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe». «Quello che tu chiedi, o frate Francesco, è grande – gli disse il Signore – ma di maggiori cose sei degno e di maggiori ne avrai. Accolgo quindi la tua preghiera, ma a patto che tu domandi al mio vicario in terra, da parte mia questa indulgenza» E Francesco si presentò subito dal Pontefice, Onorio III, che in quei giorni si trovava a Perugia e con candore gli raccontò la visione avuta. Il Papa lo ascoltò con attenzione e dopo qualche difficoltà – i cardinali ritenevano che questa concessione avrebbe arrecato danno a quella di Terra Santa e a quella degli apostoli Pietro e Paolo – dette la sua approvazione.

Poi disse: «Per quanti anni vuoi questa indulgenza?». Francesco scattando rispose: «Padre Santo, non domando anni, ma anime». E felice si avviò verso la porta, ma il Pontefice lo richiamò: «Come non vuoi nessun documento?». E Francesco: «Santo Padre, a me basta la vostra parola! Se questa indulgenza è opera di Dio, Egli penserà a manifestare l’opera sua; io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli angeli i testimoni». E qualche giorno più tardi insieme ai vescovi dell’Umbria, al popolo convenuto alla Porziuncola, disse tra le lacrime: «Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso».

Come è cambiata nel tempo. Nel tempo l’indulgenza ha mantenuto la sua identità anche se è cambiato qualcosa nella sua durata. Ora è riservata a tutte le chiese francescane e parrocchiali, dal mezzogiorno del 1° agosto fino al giorno successivo, proprio in onore della chiesa della Porziuncola. A Santa Maria degli Angeli l’indulgenza plenaria può essere invece acquisita quotidianamente e Francesco la volle così, quindi nella forma più estesa, perché rimette ogni pena temporale se chi la chiede è realmente pentito e lontano dal male. I pellegrini, che un tempo provenivano per lo più dall’Abruzzo, «passano» sotto la porta della piccola chiesa, custodita nella Basilica, per ottenere la grazia, frutto di pace interiore con Dio e con se stessi.

Tre turisti americani arrestati in Iran

MILANO - E’ giallo sulla sorte di tre turisti americani che, a quanto riferito dalla Cnn, sarebbero stati arrestati dalle autorità iraniane al confine con l’Iraq. A quanto si è appreso, i tre arrivavano dal Kurdistan iracheno e avevano attraversato il confine. Un altro turista, che faceva parte del gruppo ed era rimasto in hotel, ha riferito che i tre avevano in mente di andare a visitare le citttà curde di Halabja e Ahmed Hawaa, al confine. Sembra che si fossero accorti di essere entrati per sbaglio in territorio iraniano. In precedenza si era temuto che i tre fossero stati rapiti in Iraq, ed erano partite le ricerche.

LE RICERCHE - Nessun commento dall’Iran, mentre dall’ambasciata Usa a Baghdad hanno fatto sapere che «si sta cercando di capire la dinamica dell’incidente». Intanto elicotteri statunitensi e veicoli militari hanno iniziato le ricerche intorno alla città di Halabja. Ancora non ci sono conferme dal dipartimento di Stato americano, che sta verificando la notizia.

IL VIAGGIO - Come ha spiegato Peshrow Ahmed, portavoce della sicurezza di Sulaimaniya, il gruppo era in viaggio dalla Siria alla Turchia e poi nel Kurdistan iracheno, ed era arrivato a Irbil martedì scorso. Dopo il pernottamento all’hotel Nirwan, si legge, tre di loro avevano proseguito ieri mattina in taxi verso Ahmed Awa, al confine tra Iraq e Iran. Il quarto del gruppo non era andato perché ammalato, ma si teneva in contatto telefonico con gli amici. Secondo Peshrow Ahmed, nell’ultima telefonata i tre americani avrebbero detto di essere «circondati da soldati iraniani». Al riguardo, riferisce la Cnn, il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Robert Wood, ha precisato che l’ambasciata americana «è informata» e sta verificando le notizie ricevute.