Pakistan, l’appello dei fedeli: basta persecuzioni dei cristiani

Circostanziate le denunce delle aggressioni che si ripetono ai danni dei credenti in Cristo, appoggiate anche da un crudo video realizzato durante l’attacco nella cittadina di Gojra, nel Punjab.
Gli ultimi mesi sono stati tragici per le comunità cristiane pachistane: a giugno sono state bruciate 50 case di cristiani a Bamni Wala vicino Lahore; il 30 luglio 50 case bruciate a Krian Wala; l’1 agosto 70 case sono state bruciate a Gojra, nel Punjab, dove sono arsi vivi otto cristiani. La motivazione degli attacchi è l’accusa di aver profanato il Corano. «I cristiani del Pakistan chiedono la totale abrogazione delle leggi sulla blasfemia», ha ribadito padre James Channan, domenicano che ricopre la carica di vice-provinciale. «Facciamo appello alle organizzazioni umanitarie – ha aggiunto – perché prestino attenzione a quanto avvenuto e si rivolgano al nostro governo perché abroghi le leggi sulla blasfemia e dia protezione alle comunità cristiane».

In particolare si ricorda che proprio queste leggi, istituite nel 1991, consentono ai musulmani radicali di distruggere le proprietà e di uccidere i seguaci delle altre religioni in base alla semplice accusa si aver insultato il Corano o Maometto. «Nell’attacco contro Gojra – ha spiegato padre Pascal Paulus Nazir, commentando le immagini di quanto accaduto il 30 luglio – i bambini hanno cercato di fuggire per salvarsi mentre le case venivano incendiate con benzina, cherosene e altre sostanze chimiche. La folla inferocita ha saccheggiato le case, fatto a pezzi le Bibbie a gli altri libri sacri, distrutto le Croci, devastato e dato fuoco a tutto». Inoltre «dobbiamo sottolineare che la polizia di Gojra e le altre forze dell’ordine non hanno agito per prevenire questi incidenti e non hanno prestato attenzione all’annuncio contro i cristiani che era stato pronunciato nelle moschee. Poliziotti e forze dell’ordine sono intervenuti quando ormai era tutto finito ed era troppo tardi».

Le organizzazioni locali per i diritti umani hanno ribadito che il massacro è stato pianificato con diversi giorni di anticipo e l’ordine è partito dalle moschee e la polizia, pur avvisata, ha fatto finta di non vedere i preparativi e i raduni degli estremisti. Nonostante le condanne del presidente del Pakistan e del primo ministro e le assicurazioni che ci sarà un indennizzo per le vittime, «noi cristiani del Pakistan – nota l’appello diffuso a Roma – non ci sentiamo sicuri nel nostro Paese». Per questo – aggiungono i firmatari – chiediamo l’abrogazione delle leggi che discriminano le minoranze e ci appelliamo alle Organizzazioni mondiali per i diritti umani affinché intervengano sul governo per la protezione delle minoranze».

In Pakistan i cristiani rappresentano il 3% circa di una popolazione totale di 117milioni di persone e sono molto attivi nella sanità e nell’educazione. L’11 agosto tutte le denominazioni cristiane hanno partecipato ad una messa di suffragio per le vittime di Gojra, che si è celebrata nella chiesa di Naulakha, a Lahore. Tra le iniziative in cantiere c’è quella di una raccolta di firme per chiedere l’abolizione delle leggi sulla blasfemia. L’accusa di blasfemia dal 1986 ad oggi ha colpito quasi 900 persone.

Brasile, romano arrestato per molestie

SAN PAOLOLa sua bambina nega le molestie, però un imprenditore di Guidonia, arrestato l’altro ieri sulla spiaggia di Fortaleza in Brasile per aver baciato sulla bocca la figlia di otto anni, rischia dagli 8 ai 15 anni di reclusione in base a una nuova legge brasiliana anti-pedofilia approvata proprio il mese scorso.

Alla funzionaria brasiliana Ivana Timbò, responsabile del commissariato per la lotta allo sfruttamento minorile, la figlia dell’imprenditore ha recisamente negato qualsiasi molestia da parte del padre, confermando solo i "bacini" sulla bocca.

Anche la moglie brasiliana ha negato qualsiasi atteggiamento sconveniente del marito verso la figlia e si è detta scioccata per il malinteso. Su richiesta dell’uomo le fonti ufficiali non rivelano le sue generalità, ma si è appreso che viene dalla cittadina in provincia di Roma e ha 48 anni.

L’incredibile caso sarebbe da attribuire, secondo l’avvocato del consolato italiano, ad un eccesso di zelo da parte di una coppia anziana di brasiliani e della polizia locale, impegnata nella lotta alla prostituzione infantile dilagante nella località balneare del nordest del Brasile.

Il consolato generale italiano di Recife ha ottenuto durante la giornata vari attestati di benemerenza e buona condotta dell’accusato.

Secondo il sito di un quotidiano brasiliano, l’imprenditore è rinchiuso nel carcere di Fortaleza.
L’uomo è sposato con una brasiliana e da 12 anni viene a passare le vacanze sulle spiagge paradisiache della città, accompagnato dalla moglie e dalla figlioletta. Anche quest’anno la coppia stava trascorrendo una quindicina di giorni sulla Praia do Futuro, una spiaggia frequentata dalle famiglie del Cearà più che dai turisti, allo stabilimento "Complexo CrocoBeach".
Tutto è nato dall’intervento di una coppia brasiliana (marito e moglie di 70 e 75 anni, entrambi ex funzionari statali di Brasilia), che si è detta scioccata dalle effusioni del padre alla figlioletta. Secondo i due ci sarebbero stati baci sulla bocca e palpeggiamenti, senza tener conto della presenza della madre della bambina. Così hanno denunciato l’atteggiamento sospetto dell’uomo ai responsabili dello stabilimento e alla polizia.

Intanto la televisione brasiliana ha trasmesso alcuni spezzoni di video ripresi dalle telecamere di sicurezza dello stabilimento balneare dove si trovava l’uomo, con la moglie e la figlioletta. In una delle sequenze, si vede l’imprenditore uscire tranquillamente dallo stabilimento, prima dell’intervento della polizia, mentre cammina abbracciato alla bambina seguito dalla moglie. In un’altra, un bagnino e una cameriera dello stabilimento smentiscono che vi sia stato qualsiasi comportamento scorretto o ambiguo da parte dell’uomo.

Il Cearà, di cui Fortaleza è capitale, è uno stato poverissimo dove negli ultimi dieci anni è dilagata la prostituzione infantile e il turismo sessuale: in particolare vengono qui molti italiani. Basta passeggiare di notte sul lungomare della città per essere abbordati da manipoli di ragazzine chiaramente sotto i quindici anni.

Afghanistan, 90 morti in raid Nato

KABULDecine di persone, almeno novanta secondo il governatore provinciale Mohammad Omar, hanno perso la vita nel nord dell’Afghanistan a causa di una gigantesca esplosione provocata da un raid aereo dell’Isaf, la Forza internazionale di assistenza per la sicurezza guidata dalla Nato. Stando a testimoni oculari, la notte scorsa velivoli alleati hanno bombardato alcune autocisterne che erano state sequestrate da un commando di taliban lungo la strada che, nel distretto rurale di Ali Abad, conduce al villaggio di Angorbagh, nella provincia settentrionale di Kunduz. Immediata la condanna del presidente Karzai: "Inaccettabile colpire i civili".

La dinamica. Secondo Omar l’esplosione è avvenuta mentre i taliban stavano distribuendo carburante ai civili. Secondo quanto riferisce il capo della polizia locale, Baryalai Basharyar Parwani, ieri sera ribelli si erano impadroniti di un camion cisterna sull’autostrada ad Angorbagh, nel distretto di Kunduz. "Il camion si è impantanato nel letto di un fiume. C’erano dei civili con i taliban e sono stati bombardati. Più di 60 persone sono state uccise o ferite". Quando uno dei veicoli si è impantanato nel fiume, infatti, tutto intorno si sono ammassati non solo guerriglieri che cercavano di recuperarlo, ma anche abitanti del posto che volevano impadronirsi del carburante che fuoriusciva dai serbatoi. Il camion sarebbe stato centrato da una bomba, saltando in aria e facendo strage di chi si trovava nei pressi.

La Nato. La forza Nato in Afghanistan ha confermato di aver attaccato con mezzi aerei i camion cisterna nella provincia settentrionale di Kunduz, aggiungendo che "un gran numero di ribelli sono stati uccisi". La Nato ha aggiunto anche che sta accertando ferimento e uccisione di civili: "Sembra che molti feriti civili siano stati evacuati e ricoverati in ospedali locali. C’è forse un diretto legame con l’incidente avvenuto con due autocisterne", ha riferito il portavoce Eric Tremblay.
Da Berlino invece l’ipotesi di vittime tra gli abitanti della zona è esclusa. Fonti delle forze armate tedesche – è il contingente della Germania, infatti, ad avere il controllo dell’area – confermano solo l’uccisione di "almeno 56 taliban" e nessun morto civile, contrariamente a quanto affermano testimoni oculari e autorità locali. E un portavoce della Nato a Bruxelles ha annunciato che è in corso un’inchiesta, con un team di esperti già sul posto.

La smentita dei taliban. Al telefono con lo Spiegel on line, il leader dei taliban del distretto Shar Darah, Muallah Shaumudin, ha dichiarato che i morti sarebbero non 90 ma 150. Tra loro, nessun ribelle. "I taliban hanno consegnato le autocisterne alla popolazione povera e poi abbandonato subito l’area", ha detto Shaumudin al sito del settimanale tedesco. Si è fatto sentire anche il presidente uscente afgano Hamid Karzai: "Colpire i civili, in qualsiasi modo, è inaccettabile".

La reazione di Karzai. "Esprimendo il suo profondo dolore per la perdita dei compatrioti", il presidente Karzai ha detto che "colpire i civili è inaccettabile" e ha sottolineato che "persone innocenti non devono rimanere uccise o ferite in operazioni militari". Il presidente afgano ha anche annunciato l’apertura di un’inchiesta per stabilire la dinamica dei fatti. Karzai aveva negli ultimi mesi stigmatizzato le forze internazionali, essenzialmente americane, dopo una serie di bombardamenti che avevano causato numerose vittime civili. Secondo l’Onu, i due terzi degli 828 civili uccisi l’anno scorso dalle forze pro-governative sono periti in raid aerei.

La condanna di Frattini. Si tratta di una "tragedia che non possiamo accettare", ha detto in serata a Stoccolma il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, perché "siamo in Afghanistan per difendere la sicurezza degli afgani e non per provocare la morte di civili".

Perdite per la Francia. Anche oggi ci sono state vittime tra le file delle forze internazionali. Il presidente Nicolas Sarkozy ha riferito che un soldato francese è morto e altri nove sono rimasti feriti per l’esplosione di una bomba nei pressi del villaggio di Showki, a nord di Kabul. Alcuni tra i feriti, ha precisato Sarkozy, hanno subito "gravi lesioni". Fino ad oggi ammontano a 30 le perdite in azione subite dalle truppe francesi.

Rappresaglia dei taliban dopo il raid

KABUL - Un ordigno è esploso nella provincia di Kunduz ferendo quattro soldati tedeschi per fortuna in modo abbastanza lieve. La zona è la stessa del raid aereo della Nato contro i taliban che avevano sequestrato due cisterne dell’esercito tedesco, un raid in cui sono rimaste uccise decine di persone, 90 le vittime ammesse dalle fonti ufficiali: insorti, ma anche civili. I taliban, invece, sostengono che i morti sono stati almeno centocinquanta, tutti abitanti del villaggio di Angorbagh, in massima parte bambini o ragazzi. Il ministro della Difesa tedesco, al centro delle polemiche, difende il contingente da cui è partito l’ordine del bombardamento: "Per noi era un pericolo". E l’esercito smentisce che vi siano state, tra le vittime, anche civili. Ma le polemiche non si fermano. I ministri della Ue criticano il raid e l’Onu apre un’inchiesta.

Attacco ai tedeschi, quattro feriti. L’attacco di oggi "è avvenuto nell’area di Bagh-e-Millie sull’autostrada Kunduz-Takhar e la bomba ha parzialmente danneggiato un veicolo militare ferendo quattro soldati", ha spiegato Mohammad Nasir Alkozai, dell’ufficio stampa del comando tedesco. Considerata una provincia relativamente tranquilla, la zona di Kunduz – dove è schierato il grosso del contingente tedesco, oltre 3500 uomini, in Afghanistan – è diventata negli ultimi mesi teatro di attacchi da parte della guerriglia taliban. Secondo altre fonti l’attacco contro i militari tedeschi è stato un attentato suicida. Il governatore della provincia, Mohammed Omar, infatti ha detto che l’attentatore si è lanciato a bordo di una macchina carica d’esplosivo contro il veicolo tedesco, ferendo i quattro militari. Un portavoce della ‘BundesWehr’, le Forze Armate della Germania, dal comando operativo di Potsdam, vicino a Berlino ha assicurato che "non vi è motivo di preoccuparsi", giacchè tutti i militari coinvolti nell’esplosione hanno riportato lesioni di lieve entità.
Inchiesta sul raid Nato. Le Nazioni Unite annunciano una propria inchiesta sul raid della Nato a Kunduz. Peter Galbraith, il numero due della missione Onu in Afghanistan, ha espresso la preoccupazione per le vittime civili, spiegando che un team di inquirenti dell’Onu sono diretti nella regione. "Deve essere esaminato quello che è successo per stabilire perché un raid aereo è stato compiuto in circostanze in cui era difficile determinare con certezza che non vi fossero vittime civili", ha aggiunto. Il raid è avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì, mentre, secondo alcune ricostruzioni, intorno alle cisterne cariche di gasolio rubate dai taliban alle forze tedesche vi erano molti civili che stavano prendendo il gasolio dagli automezzi. Il presidente Hamid Karzai aveva definito il raid comunque "inaccettabile".

I soldati americani e tedeschi dai feriti.
Ufficiali delle forze armate statunitensi e tedesche hanno incontrato le famiglie delle vittime e i feriti del raid per cercare di placare la rabbia per un incidente che mina gli sforzi della Nato per conquistare l’appoggio della popolazione. Una delegazione guidata dal contrammiraglio Usa Greg Smith ha visitato l’ospedale centrale di Kunduz, Shaifullah, dove sono ricoverati (in condizioni di igiene pessime) diversi ustionati nell’esplosione. Un bambino di 6-7 anni gravemente ferito ha raccontato agli ufficiali che "ero andato a prendere il carburante con tutti gli altri e poi le bombe sono cadute su di noi".

Ue, ministri degli Esteri criticano il raid. Riuniti a Stoccolma per discutere l’impegno per la stabilizzazione dell’Afghanistan, i ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea criticano il raid della Nato. Il francese Bernard Kouchner ha sottolineato come per ottenere la fiducia degli afgani sia necessario lavorare con loro non attaccarli con bombe. Il lussemburghese Jean Asselborn ha parlato di una "inacettabile catastrofe". L’inglese David Miliband ha posto l’accento sulla sicurezza degli stessi militari europei impegnati in Afghanistan, dopo l’attentato "gravemente compromessa". Ieri sera l’italiano Frattini aveva detto: "Siamo lì per proteggere la sicurezza degli afgani, non per provocarne la morte".

La Germania: "Nessuna vittima civile". A pochi giorni dalle elezioni politiche del 27 settembre, divampa la polemica in Germania. Molti media del Paese sostengono che la Germania sia formalmente in missione di pace, ma in realtà sia in guerra. Il ministro della Difesa cerca di difendere i suoi militari: "Quando a sei chilometri da noi, i taliban prendono due cisterne di benzina, ciò significa un grande pericolo per noi", ha dichiarato Franz Josef Jung. L’esercito tedesco ha poi parlato di 50 vittime fra i militanti ribelli, smentendo che vi siano stati morti fra i civili.

Elezioni, risultati rinviati. E’ stato posposto il nuovo aggiornamento dei risultati parziali relativi alle presidenziali: prevista per oggi, la divulgazione dei dati, che sarebbe stata la quinta dal giorno della consultazione, slitterà a domani oppure a lunedì. L’annuncio è stato dato da una portavoce della Commissione rlettorale indipendente afgana, Marzia Siddiqi, che ha addotto un non meglio precisato "problema tecnico" come motivo del rinvio. La portavoce ha peraltro aggiunto che la Commissione spera di poter fornire, alla prossima occasione, i risultati preliminari del voto. Per l’ufficializzazione di quelli definitivi occorrerà comunque aspettare almeno il 17 settembre. Più lunga si profila l’attesa per le elezioni provinciali, svoltesi contestualmente. Gli ultimi dati delle presidenziali, resi noti tre giorni fa, si riferivano al 60 per cento dei seggi, e davano sempre in vantaggio il capo dello Stato uscente, Hamid Karzai: su 3,69 milioni di schede convalidate, Karzai era accreditato di 1,74 milioni di preferenze pari al 47,3 per cento del totale, a fronte dei circa 1,20 milioni di suffragi attribuiti al suo principale avversario, Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri, che finora ha raccolto il 32,6 per cento.

prima donna ministro, il Parlamento ne boccia altre due

TEHERAN – Il Parlamento iraniano ha concesso ha approvato la nomina di Marzieh Vahid Dastjerdi a ministro della Salute. La ginecologa diventa così la prima donna ministro nella Repubblica islamica. Ma lo stesso Parlamento ha bocciato le altre due donne proposte dal presidente Mahmoud Ahmadinejad nel suo esecutivo: all’Istruzione e al Welfare. Bocciato anche Masoud Mirkazemi come ministro dell’Energia.

DIFESA – Approvata la nomina a ministro della Difesa di Ahmad Vahidi, ricercato dall’Argentina per il suo coinvolgimento nell’attentato al centro di assistenza ebraico di Buenos Aires del 1994.

Afghanistan, ucciso il vicecapo dei servizi

KABUL - Ventiquattro morti e una settantina di feriti. E’ il bilancio dell’attentato kamikaze messo a segno questa mattina nella provincia orientale afgana di Laghman. Un kamikaze, alla guida di un’autobomba, si è fatto saltare in aria vicino a una moschea del capoluogo Mehtar Lam mentre era in corso un funerale. Il suo obiettivo era una riunione sul tema della sicurezza alla quale stavano prendendo parte numerosi amministratori locali e il numero due dei servizi segreti afgani, Abdullah Laghmani.

Proprio quest’ultimo, considerato molto vicino al presidente Hamid Karzai, è rimasto ucciso. Lo ha annunciato un portavoce del governatorato provinciale, Sayed Ahmad Safi, il quale ha così confermato quanto era già stato anticipato da fonti riservate della polizia locale.

Egitto, scoperto in una biblioteca

IL CAIROUno studente greco, alle prese con le ricerche per il suo dottorato, ha scoperto in Egitto un frammento disperso della Bibbia più antica finora conosciuta. Il frammento del Codex Sinaiticus, il manoscritto considerato la Bibbia più antica ancora esistente, è stato trovato al monastero di Santa Caterina sul Sinai, in Egitto, uno dei luoghi dove le pergamene del manoscritto del IV secolo D.C. sono custodite. Era stato riciclato per la rilegatura di un volume del 18° secolo da due monaci che non riuscivano a procurarsi dell’altra pergamena, ed era scomparso.

Nikolas Sarris, uno studente greco che sta completando il suo dottorato in Gran Bretagna, ha riconosciuto per caso il frammento della Bibbia del Sinai mentre esaminava una serie di fotografie di manoscritti presso la biblioteca del monastero. Le pergamene della Bibbia del Sinai sono ripartite tra il monastero di Santa Caterina sul Sinai in Egitto, la Biblioteca Russa di San Pietroburgo, la British Library di Londra e la Biblioteca dell’Università di Lipsia in Germania e di recente sono state digitalizzate e messe online in un progetto al quale hanno preso parte esperti provenienti dai quattro Paesi.

Sarris ha collaborato alla digitalizzazione per la British Library ed è perciò stato in grado di riconoscere all’istante il pezzo di manoscritto. "E’ stato un momento molto emozionante. Anche se non è la mia specializzazione, avevo lavorato al progetto online e il Codex mi era rimasto impresso nella memoria. Ho controllato l’altezza delle lettere e delle colonne e in breve ho realizzato che avevo davanti una parte mai vista del Codex".
Lo studioso ha quindi contattato Padre Justin, il bibliotecario del monastero, che ha confermato che si trattava di un pezzo di pergamena appartenente all’antica Bibbia che corrisponderebbe al capitolo 1 e al verso dieci del libro di Giosuè. Solo una parte del frammento trovato da Sarris è visibile sulla superficie della rilegatura, ma altre parti potrebbero essere nascoste negli strati inferiori. La biblioteca di santa Caterina non ha gli strumenti necessari per esaminare la rilegatura senza danneggiare la pergamena ma, ha sottolineato Padre Justin, potrebbe presto dotarsi delle tecnologie adatte.

Gheddafi vuole cancellare la Svizzera

GINEVRA - Smembrare la Svizzera tra Italia, Francia e Germania. E’ la richiesta che farà il colonnello Gheddafi all’Onu durante la prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite che sarà convocata il prossimo 15 settembre sotto la presidenza della Libia.

Le intenzioni del presidente libico sono state rivelate alla televisione svizzero-tedesca dalla parlamentare elvetica e vice presidente della Commissione esteri, Christa Markwalder, citata dall’agenzia di stampa elvetica Ats. "Secondo gli intendimenti del colonnello – ha spiegato la parlamentare – la Svizzera italiana dovrebbe essere assegnata all’Italia, i cantoni francofoni alla Francia e la Svizzera tedesca alla Germania".

I rapporti tra Libia e Svizzera sono in crisi profonda da oltre un anno in seguito al breve arresto, a Ginevra nel luglio 2008, di uno dei figli del leader libico, Hannibal Gheddafi, e della moglie, accusati di maltrattamenti nei confronti di due domestici.

Malgrado le umilianti scuse recentemente pronunciate dal presidente svizzero Hans- Rudolf Merz, l’ira di Tripoli resta e non è la prima volta che Gheddafi suggerisce di far sparire la Svizzera dalle carte geografiche.

Cammina dopo Lourdes. I medici: «Non è spiegabile»

commenta così la repentina scomparsa dei sintomi della sclerosi laterale amiotrofica (Sla) e il netto miglioramento delle condizioni di Antonietta Raco, 50 anni, di Francavilla in Sinni (in provincia di Potenza e in diocesi di Tursi-Lagonegro), costretta su una sedie a rotelle dal 2005 e che ha ripreso a camminare dopo un pellegrinaggio a Lourdes.

La donna da quattro anni è in cura nel centro Sla del nosocomio torinese e le sue condizioni, da allora, sono andate peggiorando. «La diagnosi era inequivocabile – dicono al Centro alle Molinette –: la signora aveva una forma di Sla a lenta evoluzione, con nessuna probabilità di guarigione». Ieri mattina, accompagnata dal marito, Antonietta è tornata dal professor Chiò per una visita programmata da tempo ma anticipata, visti gli eventi. «Sono entrata in ospedale per la prima volta camminando sulle mie gambe – racconta Antonietta ad <+corsivo>Avvenire<+tondo> –; non vedevo l’ora di incontrare i medici, speravo che qualcuno mi dicesse che non ho più niente. Quando mi hanno visitato ho letto lo stupore degli specialisti. Il professor Chiò ha voluto che raccontassi tutto quello che mi è successo, senza omettere nulla. Era sbigottito, mi ha detto: "Non ho parole". Mi ha rimandato a nuovi esami, ma mi ha chiesto di sospendere le cure che stavo facendo. Poi, senza aggiungere altro, mi ha abbracciata. E ci siamo commossi. Lo ricorderò sempre nelle mie preghiere, sperando che presto si scopra una cura per la Sla».

Antonietta Raco ha ripreso a camminare il 5 agosto, di ritorno dal viaggio nella città pirenaica organizzato dall’Unitalsi di Basilicata e guidato dal vescovo di Tursi-Lagonegro, Francescantonio Nolè. Racconta la sua vicenda timidamente, quasi scusandosi per aver attirato l’attenzione di tanta gente: «A Lourdes non ho chiesto nessun miracolo. Ho pregato la Madonna perché mi desse la forza di vivere con dignità ogni istante che mi restava. Le vicende di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro mi hanno colpita: a queste persone hanno interrotto i sostegni vitali. Ho pregato perché non mi accadesse mai nulla del genere. La vita va vissuta sempre e comunque, fino alla fine. Ho anche pregato per una bambina del mio paese, anche lei affetta da Sla».

Subito dopo l’immersione nelle piscine del santuario francese, Antonietta è stata destinataria, dunque, di un "segno" che non ha chiesto. «Entrando in acqua sono stata aiutata da tre "dame"; due di loro si sono poi allontanate, una ha continuato ad assistermi, ma mentre lei era occupata ho avvertito la presenza di qualcun altro che mi sorreggeva il collo, ho provato a voltarmi e non c’era nessuno; ho accusato un grande dolore alle gambe, quindi un sollievo; è stato in quell’istante che ho avvertito da sinistra una voce femminile bellissima: era soave, tenera, leggera. Non ho mai udito niente di simile, solo a sentirla dava sollievo al mio fisico. Mi diceva: "Non avere paura, non avere paura". Ma io tremavo, di paura ne ho avuta tanta, anche perché quella voce la sentivo solo io».

Antonietta non ha confidato a nessuno quello che le è successo. Tornata a casa, in Basilicata, la sera del 5 agosto quella voce è tornata: «Ero seduta sul divano, a pochi metri da me c’era mio marito, quando ho udito molto chiaramente la stessa voce di Lourdes: "Chiamalo, diglielo, chiamalo". Io tra me e me rispondevo: ma cosa devo dirgli? E ancora: "Chiama tuo marito, diglielo". Allora ho chiamato mio marito Antonio e mi sono alzata sulle mie gambe, ho fatto dei passi, poi dei giri su me stessa; lui non credeva ai suoi occhi. E gli ho detto tutto».

C’è un desiderio che Antonietta coltiva da quel 5 agosto: «Ho tanta voglia di tornare a Lourdes, ma come volontaria per assistere i malati proprio come gli altri hanno assistito me».