Somalia, rapiti due operatori di Msf

MOGADISCIO - Due operatori umanitari di Medici senza frontiere sono stati sequestrati in una zona centrale della Somalia da uomini armati. «Uomini armati hanno rapito due operatori umanitari di Medici senza frontiere Belgio» ha detto uno dei capi locali, Hassan Maalin. Un cooperante locale di Msf, che ha chiesto l’anonimato, ha detto che i due – un belga e un danese – sono stati sequestrati nella loro auto insieme alla guardia del corpo nella regione di Bakol. Il rapimento di cooperanti con l’obiettivo di ottenere un riscatto è ormai frequente in tutto il Corno d’Africa.

IL PRECEDENTE - Gli ostaggi di solito vengono trattati relativamente bene e rilasciati dopo il pagamento di quanto richiesto. A marzo quattro cooperanti di Medici Senza Frontiere Belgio, tra cui l’italiano Mauro D’Ascanio, erano stati rapiti a Seraf Umra, nel nord del Darfur in Sudan. Sono stati liberati pochi giorni dopo.

Pakistan, due amanti uccisi dai talebani

ISLAMABAD - Uccisi perché avevano una relazione al di fuori del matrimonio. Un gruppo di talebani del Pakistan ha eseguito la "condanna a morte" di un uomo e una donna nel distretto di Handu, vicino al confine con l’Afghanistan. Il tutto è stato filmato e il video inviato alla televisione pakistana Dawn. Si vedono l’uomo e la donna, intorno alla quarantina, colpiti da proiettili tra l’incitamento generale. Tra il pubblico anche parenti dei due condannati.

DUE COLPI AL PETTO - Prima è stata uccisa la donna, con due pallottole nel petto. Nel video la si vede a terra, ferita a morte, ma ancora viva. I presenti chiedono urlando di ammazzarla, cosa avvenuta poco dopo. Prima di essere uccisa la quarantenne in lacrime ha implorato pietà ai suoi esecutori, negando la relazione extra matrimoniale. È stato inutile. All’uomo è stata riservata un’altra fine: una raffica di colpi di kalashnikov. Non si sa quando sia avvenuta l’esecuzione, la tv Dawn ha ricevuto il video venerdì da un gruppo di talebani.

Razzismo, l'Italia non parteciperà

ROMA - L’Italia non parteciperà ai lavori della conferenza internazionale contro il razzismo che apre i battenti lunedì a Ginevra, la cosiddetta «Durban II». La conferma è arrivata in serata dalla Farnesina. Confermata così la posizione già espressa il 5 marzo scorso, quando il governo decise di chiamarsi fuori dalla fase negoziale, per alcuni riferimenti della dichiarazione finale giudicati antisemiti e per i paragrafi sulla «diffamazione religiosa» considerati una minaccia alla libertà di espressione. Il mese scorso l’Italia è stato il primo paese Ue a scegliere di boicottare il processo, seguendo l’esempio di Stati Uniti, Israele e Canada. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha spiegato venerdì che i dubbi dell’Italia riguardavano innanzitutto il richiamo nella bozza di dichiarazione alle conclusioni di Durban I, la riunione Onu che si tenne nel 2001 nella città sudafricana. Durban I condannò esplicitamente Israele, quindi un richiamo a quel testo nei fatti equivale a una conferma della condanna.

IL NO TEDESCO – E oltre al no italiano, e a quello già scontato di Israele e Stati Uniti, è arrivato anche quello della Germania, che ha deciso di boicottare la conferenza sul razzismo. Non ci saranno nemmeno Australia, Canada e Olanda e Svezia. Tra i ventisette Paesi della Ue, intanto, Gran Bretagna e Francia hanno confermato la loro partecipazione. IL PAPA – Alla vigilia della Conferenza Onu sul razzismo e nel giorno del quarto anniversario del suo pontificato, Benedetto XVI ha chiesto in mattinata un’azione «ferma e concreta, a livello nazionale e internazionale, per prevenire ed eliminare ogni forma di discriminazione e di intolleranza». «Inizierà a Ginevra, organizzata dalle Nazioni Unite – ha ricordato il Pontefice subito prima dei saluti finali nelle varie lingue – la Conferenza di esame della Dichiarazione di Durban del 2001 contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e la relativa intolleranza. Si tratta – ha detto – di un’iniziativa importante perché ancora oggi, nonostante gli insegnamenti della storia, si registrano tali deplorevoli fenomeni». «TUTTI I POPOLI

FORMANO UNA FAMIGLIA UMANA» – Ratzinger ha poi citato alcuni passi della Dichiarazione del 2001 mostrando di condividerli: nel testo, ha ricordato, si «riconosce che "tutti i popoli e le persone formano una famiglia umana, ricca in diversità. Essi hanno contribuito al progresso della civiltà e delle culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità la promozione della tolleranza, del pluralismo e del rispetto può condurre ad una società più inclusiva"».

«A partire da queste affermazioni – ha concluso Benedetto XVI – si richiede un’azione ferma e concreta, a livello nazionale e internazionale, per prevenire ed eliminare ogni forma di discriminazione e di intolleranza. Occorre, soprattutto, una vasta opera di educazione, che esalti la dignità della persona e ne tuteli i diritti fondamentali. La Chiesa, da parte sua, ribadisce che solo il riconoscimento della dignità dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, può costituire un sicuro riferimento per tale impegno».

Il Vaticano parteciperà alla conferenza con una propria delegazione, al contrario – tra gli altri – di Italia, Germania e Israele, che non condividono la bozza di documento all’esame.

La svolta nucleare

In un contesto di estrema fluidità ed imprevedibilità dei rapporti internazionali il nuovo multipolarismo economico e politico rischia oggi di essere accompagnato da un crescente «multipolarismo nucleare», che se non verrà tempestivamente contenuto e sufficientemente regolato, rischia di mettere a repentaglio la sicurezza dell’umanità. Tanto più che la corsa al nucleare si manifesta con maggiore intensità proprio in quelle aree dove le tensioni internazionali sono maggiori, dal Golfo all’Estremo Oriente asiatico.

Un mondo ad alta densità di Stati nucleari, anche se dotati di arsenali limitati e non comparabili a quelli delle due ex superpotenze, sarebbe caratterizzato dall’imprevedibilità e dall’incertezza sul nostro domani. E ciò anche perché la proliferazione nucleare non interessa più esclusivamente gli Stati.

Nel mondo di oggi, centrifugo ed interdipendente allo stesso tempo, è diventato più facile per individui, gruppi terroristici ed attori non statali impossessarsi clandestinamente di materiale utilizzabile per la fabbricazione di armi nucleari.

Cosa si può fare per arginare questa minaccia che ci riguarda tutti? Deve cambiare innanzitutto la nostra impostazione al problema della proliferazione: non possiamo agire più «caso per caso» e in maniera reattiva di fronte alla minaccia di questo o quel Paese che dichiara di voler sviluppare capacità nucleari sfidando o insinuandosi nelle maglie del regime normativo internazionale esistente, il Trattato di Non Proliferazione (Tnp), definito oltre quarant’anni fa, in un contesto storico assai diverso da quello attuale. C’è bisogno di rafforzare ed universalizzare il regime normativo multilaterale che fa capo al Tnp, adattandolo alla realtà complessa del XXI secolo. In particolare abbiamo bisogno di compiere più chiari e coraggiosi passi in avanti in tutti e tre i settori che compongono il Tnp: la non proliferazione, il disarmo e l’uso pacifico dell’energia nucleare. Innanzitutto, essendo oggi diventato più facile proliferare, le regole del Tnp devono essere rese più rigorose e i poteri di controllo ed ispettivi dell’Aiea, l’Agenzia di supervisione nucleare, rafforzati. È a tal fine necessario rendere universali i Protocolli Aggiuntivi dell’Aiea, i quali aumentano la capacità di verifica dell’Agenzia e, quindi, riducono il rischio che materiale e tecnologie nucleari vengano dirottati a fini militari. Dopo il precedente nordcoreano del 2003, bisognerà anche studiare un regime di salvaguardie che possa sopravvivere all’eventualità in cui uno Stato decida di ritirarsi unilateralmente dal Tnp. In secondo luogo in un mondo dove aumentano le esigenze da parte di un maggior numero di Paesi di utilizzo dell’energia nucleare, sia per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici che per rendere il consumo di energia compatibile con gli standards ambientali, c’è l’esigenza di creare meccanismi multilaterali affidabili, che governino la produzione e distribuzione del combustibile nucleare. La creazione di una banca internazionale del combustibile nucleare, posta sotto il controllo dell’Aiea, risponderebbe a queste esigenze. Infine, occorre che regole e strumenti per prevenire la proliferazione siano accompagnati da un impegno condiviso delle attuali potenze nucleari a procedere gradualmente sulla strada del disarmo, in quello che era nello spirito e nella lettera (l’art.VI) del Tnp.

La svolta annunciata dalla nuova amministrazione americana e dal presidente Obama nel suo discorso a Praga il 5 aprile scorso ha creato una storica finestra di opportunità che è responsabilità di tutti cercare di cogliere. L’entrata in vigore del Ctbt, il Trattato contro gli esperimenti nucleari, e l’avvio del negoziato per un Trattato che proibisca in maniera verificabile la produzione di materiale fissile sono i punti di partenza di qualsiasi credibile sforzo verso il disarmo. L’altra condizione indispensabile, dove da parte americana sono emersi nuovi segnali incoraggianti, è il rilancio del negoziato tra Stati Uniti e Russia per definire un regime «post-Start» (il Trattato Start scadrà nel dicembre di quest’anno) con una drastica riduzione del numero di testate nucleari in possesso di ciascuna delle due potenze. Infine, condizione indispensabile per un disarmo credibile, è che vi siano analogo impegno e volontà politica anche da parte delle altre potenze nucleari.

L’Italia, in quanto Presidente del G8, ed in sintonia con i principi della Strategia contro la proliferazione dell’Unione Europea, intende incoraggiare attivamente la creazione di un contesto favorevole per giungere a progressi significativi in tutti i tre settori del Tnp, anche in vista della Conferenza di Riesame del Trattato, che prenderà avvio nell’aprile del 2010. Non possiamo l’anno prossimo permetterci un nuovo fallimento come quello testimoniato nella Conferenza di Riesame del 2005. Riteniamo sia necessario, in vista della Conferenza del 2010, mobilitare le energie di governi, esperti e società civile per creare la necessaria massa critica di consenso internazionale per realizzare una svolta sul tema del nucleare. La Conferenza che si svolge da oggi a Roma con la partecipazione di uomini politici di grande fama internazionale, tra i quali l’ex Segretario di Stato Schultz ed il presidente Gorbaciov si propone di dare ulteriore forza e chiarezza alla nostra visione di un mondo sicuro ed il più possibile de-nuclearizzato. L’incontro di Roma ha l’obiettivo di approfondire il dialogo sulla prospettiva di un mondo libero da armi nucleari e sui passi concreti necessari per realizzarla. Sarà una tappa importante verso il Vertice della Maddalena dove è nostra intenzione promuovere al massimo livello l’impegno politico dei governi del G8 sulla non proliferazione.

*Ministro degli Affari Esteri

Iran-Usa, il «New York Times»: sul nucleare negoziato senza precondizioni

Questa mossa mette con le spalle al muro i falchi di Teheran che avevano fatto del nucleare una bandiera nazionalistica in vista anche delle elezioni presidenziali del 12 giugno. Se gli Usa oggi sposassero la proposta di Realpolitik con la quale si chiede di negoziare senza precondizioni, magari mettendo sul piatto per gli iraniani l’ingresso nella Wto e l’eliminazione delle sanzioni Onu, in cambio di un controllo internazionale delle attività nucleari, il dossier potrebbe trovare una nuova dimensione negoziale. Con la garanzia della presenza degli ispettori dell’Aiea, l’agenzia atomica delle Nazioni Unite, l’arricchimento dell’uranio a fini civili di Teheran potrebbe essere accettato (anche se temporaneamente e con alcuni limiti) dalle potenze Occidentali e forse anche da Israele.

Senza contare che proprio lunedì l’Iran del presidente Mohamoud Ahmadinejad ha detto sì ai colloqui diretti sullo spinoso dossier nucleare con il cosidetto Gruppo dei 5+1 (i cinque Paesi con diritto di veto all’Onu più la Germania). La novità della positiva apertura sta nel fatto che gli Stati Uniti, per la prima volta dopo 30 anni di gelo diplomatico, siederanno al tavolo dei negoziati con il rappresentante iraniano (e non verranno rappresentati dai suoi alleati come fatto finora).

La tv di Stato iraniana ha intanto fatto sapere che il capo negoziatore Said Jalili ha avuto una conversazione telefonica con Javier Solana, il rappresentante Ue, e che la ripresa dei negoziati «è salutata con favore». È stato Solana, ha precisato la tv iraniana, a telefonare a Jalili «per spiegargli i contenuti della dichiarazione emessa dai 5+1» in una riunione avuta la settimana scorsa a Londra, durante la quale anche gli Usa, componenti del gruppo, hanno accettato di partecipare a trattative dirette con l’Iran per cercare una soluzione al contenzioso. «L’Iran – ha risposto Jalili – accoglie favorevolmente la continuazione dei colloqui con il 5+1 al fine di favorire una comprensione costruttiva degli sviluppi internazionali». Il capo negoziatore ha aggiunto che «presto l’Iran emetterà una dichiarazione» in proposito per precisare meglio i limiti della propria disponibilità al dialogo.

Un ritorno alla Realpolitik tra Usa e l’Iran – come ha scritto Roger Cohen sul New York Times – sull’onda delle recenti aperture a Teheran operate dello stesso presidente americano Barack Obama è ormai nell’aria. Certo restano molte zone d’ombra sul dossier nucleare: l’Iran si muove da un decennio sempre su due piani opposti con il sospetto che voglia guadagnare tempo nella corsa al know how atomico; se infatti lunedì ha aperto al dialogo il 9 aprile scorso Ahmadinejad ha inaugurato nella città di Isfahan il primo impianto per la produzione di combustibile destinato ai reattori e annunciato l’aumento (da seimila a settemila) delle centrifughe dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz. E qui il presidente ha segnato un nuovo punto di frizione con la comunità internazionale, che vorrebbe che la Repubblica islamica abbandonasse il suo programma di arricchimento dell’uranio. L’uranio arricchito al 3,49% di Natanz verrebbe infatti portato nel reattore ad acqua pesante di Arak che, una volta ultimato (entro il 2010), potrebbe produrre plutonio, materiale utilizzabile anche per costruire la bomba atomica.

Ahmadinejad dunque apre ai negoziati, ma contemporaneamente prosegue nella realizzazione del controverso piano nucleare, convinto che la sua rielezione il prossimo 12 giugno dipenda più dall’esito postivo sul dossier atomico che non dalle soluzioni alla grave crisi economica che attanaglia l’Iran, colpito dal pesante calo delle entrate petrolifere. L’apertura di Obama senza precondizioni lo priva di una retorica antiamericana e lo costringe a negoziare davvero.

Nucleare, la Corea del Nord espelle gli ispettori dell'Onu

A poche ore dalla dichiarazione approvata all’unanimità dai 15 del Consiglio di Sicurezza, il regime comunista ha definito stamani «inutili e non più necessari» i negoziati a Sei sul processo di abbandono dei programmi nucleari e ha annunciato l’intenzione di riaprire gli impianti di trattamento del plutonio e di riprendere i suoi programmi atomici. Insomma, si torna al clima teso del del 2006, prima dell’inizio del disgelo sul nucleare.

Dura la risposta nella serata degli Stati Uniti, che con Giappone, Russia, Cina e le due Coree partecipano da anni al negoziato a sei per la chiusura del controverso programma nucleare di Pyongyang. «Chiediamo alla Corea del Nord di mettere fine alle sue minacce provocatorie e a rispettare la volontà della comunità internazionale onorando i suoi impegni e le sue obbligazioni internazionali – ha detto il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs – La minaccia della Corea del Nord di ritirarsi dalle trattative a sei e di riprendere il suio programma di armamento nucleare è un passo che va nella direzione sbagliata».

A dispetto di ogni monito, Pyongyang ha dato subito attuazione alle minacce e l’Agenzia internazionale dell’Onu per l’energia atomica (Aiea) ha reso noto stasera che i suoi ispettori presenti nel paese hanno ricevuto l’ordine di fare immediatamente le valigie e partire al più presto. La dura presa di posizione di Pyongyang è contenuta in un comunicato del ministero degli Esteri, diffuso dall’agenzia di stampa del regime, la Kcna. Si sottolinea il carattere inusuale del Consiglio di Sicurezza che mai ha preso «iniziative sul lancio di satelliti» e che «viola arbitrariamente la sovranità della Repubblica popolare democratica di Corea e danneggia gravemente la dignità del popolo coreano».

In secondo luogo, «non vi è alcun bisogno di tenere i colloqui a Sei», che si sono trasformati, rileva Pyongyang, «in una piattaforma per violare» la propria sovranità e «per cercare di costringere la Corea del Nord a disarmare se stessa». Infine, il regime assicura che intende «accrescere il suo deterrente nucleare per l’autodifesa in ogni modo», attraverso il ripristino «al loro stato originale degli impianti nucleari che erano stati disattivati (la struttura di Yongbyon, ndr) in base agli accordi dei colloqui a Sei», rimettendoli in funzione e attivando il riprocessamento del combustibile esausto.

La Russia ha espresso subito dispiacere invitando «la Corea del Nord a rispettare la risoluzione 1718 del Consiglio di Sicurezza e le condizioni della dichiarazione» dei Sei del 19 settembre 2005, e ha invitato Pyongyang a «tornare al tavolo per denuclearizzare la penisola coreana e per trovare mezzi pacifici a garantire la sicurezza nell’Asia nordorientale».

La Cina, da parte sua, ha rilevato come i colloqui a Sei «siano stati utili nel promuovere la fiducia». Per il portavoce del ministero degli Esteri Jiang Yu, i partecipanti dovrebbero «mantenere la calma e continuare a parlare» per arrivare alla ripresa dei colloqui interrotti dall’anno scorso. Il Giappone ha chiesto di ripartire «subito» dal tavolo a Sei. «La nostra linea – ha riferito il ministero degli Esteri – è improntata al rispetto delle risoluzioni dell’Onu», mentre il capo di gabinetto, Takeo Kawamura, ha detto che l’esecutivo ha «fortemente» invitato la Corea del Nord a riprendere la via del disarmo nucleare.

Seul,infine, ha assicurato che «reagirà in maniera calma» alle ultime sfide verso la comunità internazionale della Corea del Nord, ma ha rimarcato la risposta «insolitamente dura» di Pyongyang, «ben più decisa del previsto».

Nigeria, liberato l'italiano rapito

ROMA - È stato liberato l’italiano rapito in Nigeria. Lo comunica la Farnesina. Giuseppe Canova era stato sequestrato il 6 aprile ad Abakakili mentre stava andando al lavoro nel cantiere edile della ditta per cui lavora, l’italiana Marlum Construction Company. I rapitori avevano chiesto un riscatto di 650 mila euro.

COLLABORAZIONE - Il ministero degli Esteri, in un comunicato, ringrazia «le Autorità nigeriane per la fattiva collaborazione che ha consentito la soluzione positiva della vicenda, preservando l’incolumità del sequestrato».

RICOSTRUZIONE - Stando alla ricostruzione fornita dalla stampa, il cittadino italiano si stava recando al lavoro quando uomini armati hanno bloccato la sua autovettura, hanno costretto l’ostaggio nel portabagagli e hanno preso possesso del veicolo. Quasi immediatamente dopo l’attacco, sul posto sarebbe sopraggiunto un altro veicolo con a bordo personale dell’azienda edile, scortato della polizia, che ha visto la vettura andare via.

Somalia, fallito attacco a nave americana

MOGADISCIO - Nuovo blitz dei pirati somali, che hanno attaccato e danneggiato una nave statunitense che trasporta aiuti umanitari in Africa. L’imbarcazione e l’equipaggio sono salvi, sotto la scorta della Marina americana. Un portavoce del Comando centrale statunitense ha dichiarato che la "Liberty Sun" è stata assaltata alle 17.30 di martedì ora italiana. Il proprietario della nave, Lake Success della compagnia newyorkese Liberty Maritime Corp, ha detto che i pirati hanno sparato con i lanciagranate e fucili automatici.

RAZZI E PALLOTTOLE - La nave era in rotta da Houston a Mombasa, in Kenya. Il portavoce, il capitano Jack Hanzlik, ha detto che l’equipaggio della Liberty Sun è formato da circa 20 persone. Ha precisato poi che la Uss Bainbridge della Marina americana è arrivata sul posto alle 23.30 ora italiana, che i pirati sono fuggiti e che non ci sono feriti. La Liberty Sun sta cointinuando il viaggio verso Mombasa. Un marinaio a bordo, Thomas Urbik, ha mandato una mail alla madre che ha trasmesso il messaggio alla Cnn: «Siamo sotto attacco di pirati. Ci tirano addosso razzi e anche pallottole. Siamo barricati in sala motori. Nessuno per il momento è ferito». Mezz’ora dopo il primo messaggio Urbik ha scritto alla madre annunciando l’arrivo delle unità della Marina.

TRE PIRATI IN FRANCIA - Intanto sono stati portati in Francia e messi in custodia cautelare i tre pirati somali arrestati nell’incursione militare che venerdì ha portato alla liberazione di quattro ostaggi sequestrati su uno yacht francese nel golfo di Aden, ma anche alla morte dello skipper dell’imbarcazione. La carcerazione dei tre pirati è stata annunciata martedì sera dalla Procura di Rennes in un comunicato in cui si dichiara competente a procedere «in virtù della nazionalità francese e del domicilio delle vittime». Lo yacht, Tanit, era stato catturato dai pirati il 4 aprile e liberato da commando della Marina francese con uno scontro a fuoco in cui era rimasto ucciso lo skipper, Florent Lemacon. Sua moglie Chloe, il figlio di tre anni e una coppia di amici, rimasti illesi, sono rientrati a casa in Bretagna.

Kabul: sassi contro il corteo delle donne

KABUL - Una manifestazione di circa 300 donne nei pressi dell’università di Kabul è stata presa a sassate mentre la polizia famminile afghana interveniva per disperdere la folla. Le donne stavano protestando contro la legge, che riguarda solo minoranza sciita degli hazara, che autorizza i mariti a chiedere rapporti sessuali obbligatori ogni quattro giorni a meno che la moglie sia malata o subisca danni durante il rapporto. La legge inoltre vieta alle donne di uscire di casa, di cercare lavoro o anche di andare dal medico senza il permesso del consorte, e affida la custodia dei figli esclusivamente ai padri e ai nonni. Il testo permette inoltre tacitamente il matrimonio di bambine e assicura agli uomini maggiori diritti in materia di eredità.

«MORTE ALLE SCHIAVE DEI CRISTIANI» – Il corteo era stato convocato da alcuni attivisti per i diritti umani ma si è scontrato con una contromanifestazione di altre donne, sostenute da uomini – in tutto circa mille persone – che gridavano «morte alle schiave dei cristiani» e alla fine hanno lanciato alcuni sassi contro di loro. Altri uomini gridavano «siete cagne, non donne sciite» alle attiviste che reggevano cartelli con la scritta «Non vogliamo la legge talebana». Secondo le attiviste, in gran parte giovani, parlamentari e attiviste dei diritti umani, molte altre donne avrebbero voluto partecipare alla protesta, ma i loro mariti lo hanno proibito. Secondo le donne che partecipavano alla contromanifestazione, invece sono stati gli occidentali «che sono contro l’islam» a male interpretare la legge.

Somalia, pirati ancora all'arrembaggio sequestrata nave Usa e cargo greco

NAIROBI - I pirati somali non si fermano. Cinque gli assalti in poche ore nelle acque del Golfo di Aden. Dopo i blitz di Francia e Stati Uniti costati la vita a cinque banditi, i predoni hanno abbordato il cargo porta-granaglie greco ‘Irene E.M.’. La nave ha a bordo 22 persone di equipaggio che, ha fatto sapere il Programma di assistenza in mare dell’Africa orientale, stanno bene.

Catturato anche il mercantile da 5mila tonnellate ‘Sea Horse’ che batte bandiera del Togo, ma secondo alcune fonti marittime potrebbe essere americano. Fonti del ministero degli Esteri egiziano, inoltre, hanno riferito che ieri sono state sequestrate due barche da pesca al largo delle coste della Somalia, con a bordo dalle 18 alle 24 persone.

Stamane i pirati hanno anche aperto il fuoco su una terza nave. Lo riferiscono fonti della Nato. Dieci banditi a bordo di tre barchini hanno aperto il fuoco con mitragliatrici e lancia granate contro la nave battente bandiera liberiana Safmarine Asia di 21.887 tonnellate di dislocamento. Al momento non si ha notizie di feriti.

La ‘Irene’ stazza 35mila tonnellate, batte bandiera di Saint-Vincent e Grenadines e ha un equipaggio interamente filippino. Nel 2005 era stata al centro di una clamorosa vicenda nel fiume Hudson: gli ufficiali erano finiti in manette perché la nave scaricava liquidi inquinanti. Appena ieri il capo del gruppo di pirati responsabile del sequestro della Maersk Alabama che si è concluso con l’uccisione di tre banditi e la liberazione del comandante che era in ostaggio, avevano giurato vendetta.

"Gli americani, mentitori, hanno ucciso i nostri compagni dopo che avevano accettato di rilasciare l’ostaggio senza il pagamento di un riscatto" ha detto al telefono da Eyl, Abdi Garad "questo porterà a una rappresaglia e daremo la caccia in particolare ai cittadini americani che attraversano le nostre acque. Intensificheremo i nostri attacchi ben più lontano delle coste somale e la prossima volta che metteremo le mani su degli americani non avremo pietà per loro".

In cima alla lista dei nemici, i pirati hanno messo anche i francesi, dopo che durante l’assalto degli incursori alla barca a vela ‘Tanit’ sono stati uccisi un ostaggio e due banditi. Il capo dell’Ufficio internazionale marittimo, Noel Choong, si è detto favorevole all’adozione della linea dura, pur riconoscendo i rischi di rappresaglia nei confronti delle navi e degli equipaggi. Ad oggi sono 17 le imbarcazioni nelle mani dei pirati e 250 i marittimi in ostaggio. Con quelli delle ultime ore, secondo Noel Choong, a capo dell’International Maritime Bureau di Kuala Lumpur, è salito a 77 il numero degli assalti dei pirati dall’inizio dell’anno.

Di fronte agli attacchi sempre più frequenti, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha assicurato che intende "porre fine alla pirateria" rafforzando la collaborazione con gli alleati. "Voglio essere molto chiaro – ha detto il capo della Casa Bianca alla stampa – noi siamo decisi a porre fine alla pirateria in quella regione e per raggiungere questo obiettivo continueremo a collaborare con i nostri alleati per scongiurare nuovi attacchi".

Obama si è detto "molto orgoglioso" dell’operazione lanciata due giorni fa dalle forze Usa per liberare il comandante della Maersk Alabama, Richard Phillips, tenuto in ostaggio per cinque giorni dai predoni al largo della Somalia. Da parte loro, i pirati hanno minacciato rappresaglie e attacchi "anche molto lontano dalle acque somale".

L’amministrazione di Washington sta valutando l’ipotesi di inviare navi da guerra lungo la costa somala per lanciare una campagna contro le navi madre dei pirati, stando a quanto riferito da alcune fonti militari. Altri strateghi ritengono invece sia necessario attaccare le basi dei pirati sulla terraferma. Tuttavia, pochi paesi sono favorevoli a un’operazione di terra in Somalia: il numero di vittime civili sarebbe estremamente alto, ammoniscono alcune fonti.

Intanto una tv americana è riuscita ad aggiudicarsi l’esclusiva delle operazioni della marina statunitense nel golfo di Aden contro i pirati per realizzare un ‘reality’: "Pirate Hunters: USN". Due troupe di Spike Tv saranno a bordo della ‘Uss San Antonio’ (nave anfibia) e della portaerei d’assalto ‘Uss Boxer’ che già incrociano a largo delle coste somale per seguire le operazioni da dietro le quinte.