Pakistan, entra in vigore la legge islamica

MILANO - Il Presidente pakistano Asif Ali Zardari ha firmato una controversa legge che introduce la Sharia ( la legge islamica) nella regione di Swat, al confine tra il Pakistan e l’Afghanistan.
La firma è avvenuta lunedì dopo che il Parlamento ha approvato -quasi all’unanimità- una risoluzione che esortava il presidente Zardari a rendere ufficiale l’accordo stabilito con i Talebani per la pace nella valle di Swat. Questo accordo era stato negoziato in febbraio tra il governo della Regione del Nord-Ovest (NWFP) -di cui la valle di Swat fa parte- e i Talebani che in cambio avevano dichiarato un cessate il fuoco unilaterale ma minacciato di riprendere i combattimenti se il governo centrale non avesse promulgato la legge. Il presidente Zardari però, si era mostrato titubante nel rendere ufficiale un accordo fortemente criticato dagli alleati occidentali -Usa in particolare -e dagli attivisti per i diritti umani, i quali sostengono che la valle di Swat potrebbe diventare un feudo per i Talebani e per Al Qaeda.

LEGGE ISLAMICA – I tribunali islamici hanno di fatto già iniziato ad operare da marzo, applicando la Sharia, la legge coranica, prevista del resto dalla Costituzione pakistana. La regione di Swat era un tempo una delle più turistiche del paese, soprannominata la «Svizzera d’Oriente» per le sue montagne. Dall’estate 2007 la valle è controllata dai talebani, che hanno moltiplicato le esecuzioni sommarie, distrutto le scuole miste e imposto restrizioni alla libertà delle donne. L’esercito non è mai veramenet riuscito ad imporre l’autorità del governo centrale nella regione.

LE REAZIONI – La notizia della promulgazione della nuova legge ha provocato reazioni contrastanti: secondo il premier Yusaf Gillani la legge «ha il sostegno della nazione», mentre il leader del partito di opposizione Muttahida Qaumi (MQM), Farooq Sattar, ha dichiarato «Non possiamo accettare al Legge Islamica con la violenza». Preoccupazione è arrivata, invece, dalle organizzazioni che si occupano di diritti umani e da Asma Jahangir, rappresentante delle Nazioni Unite per le libertà religiose, che ha escluso che «l’applicazione della sharia possa pacificare i Talebani». Nelle strade di Swat invece, si sono riversati gruppi di manifestanti per festeggiare l’entrata in vigore della sharia, convinti che possa finalmente portare la pace nella valle.

L'ISLAM ALLA CONQUISTA DEL MONDO

E’ un argomento che mi sta molto a cuore e quindi torno su di esso per approfondirlo, poiché sono fermamente convinta che non prendere coscienza di quello che sta veramente succedendo nell’Islam potrebbe condurre la nostra civiltà all’estinzione forzata.

Ho già avuto modo di scrivere alcuni articoli, il primo specificamente dedicato a questo argomento e non ai tanti episodi di violenza a cui l’Islam purtroppo ci sta abituando, l’ho pubblicato su questo magazine il 28  novembre 2004 con questo titolo: Sapete che esiste una strategia islamica per conquistare il mondo? a questo url e mi sono ripromessa di approfondire il discorso, infatti lo sto facendo. Un altro articolo l’ho pubblicato il 9 luglio di quest’anno, prendendo spunto da un articolo molto interessante, dal titolo: Così l’islam radicale s’infiltra in Europa, storia segreta di un lungo affondo pubblicato su Il Foglio  in cui si mette in evidenza la strategia di infiltrazione e il sistema di radicamento del "nuovo Islam" che vuole restaurare alcuni precetti coranici, ma non in terra islamica, bensì li vuole instaurare in tutto il mondo, in quanto lo considera patrimonio del proprio dio unico Allah e del suo autoeletto profeta Maometto.

Nonostante la quantità immensa degli attentati e la loro vastità, nel senso che hanno interessato moltissimi paesi nel mondo, c’è ancora chi si ostina a prendere queste notizie, come fantasie, poiché non riesce a vedere gli islamici in altro modo che non sia quello delle popolazioni povere e oppresse, costrette a emigrare per sopravvivere, dimenticando che sono i loro stessi governi, di natura teocratica per giunta ad affamarli, poiché in realtà la zona ove l’Islam si è insediato e dalla quale ha dilagato, è una zona che possiede i più ricchi giacimenti di petrolio e di gas del mondo, inoltre hanno preso possesso di terre che sono ricche di giacimenti auriferi, diamanti e uranio, a danno delle popolazioni africane, sterminando le cristiane e le animiste, e quelle sopravvissute hanno dovuto convertirsi all’Islam.  Queste sembrano le uniche  attività in cui sono veramente afferrati sia quella dello sfruttamento delle risorse, di chiunque siano, infatti dopo quelle della terra, che di quelle umane, e per arrivare all’obiettivo non nascondono di aver abbracciato la Jiad, cioè la guerra santa, nascondendola dietro una falsa idea di riscatto religioso, dall’oppressione dell’occidente.

Basta vedere come si presentano e cosa c’è scritto sui cartelli che vengono innalzati in una manifestazione Londra, che non si possono più avere dubbi, altrimenti significa non avere capito proprio nulla o peggio essere votati al suicidio ideologico, fisico e collettivo.

E’ necessario che leggiate attentamente l’articolo pubblicato da Silvia Sgrilli su Panorama e forse potrete farvi un’idea più precisa di quanto sta succedendo e capire che si tratta veramente di uno scontro di civiltà, anzi di uno scontro fra l’inciviltà islamica e la nostra civiltà, perché non può essere civile una cultura che prevede gli sgozzamenti, i kamikaze, gli assassini di massa dei cittadini innocenti, dei bambini, i maltrattamenti e le discriminazioni verso le donne, la schiavitù, il razzismo religioso ed ideologico, le lapidazioni per le adultere e per gli omosessuali, i linciaggi dei presunti o veri oppositori politici, l’utilizzo dei bambini per trasformarli in shaid, rubando loro non solo l’infanzia, ma anche la vita e i kamikaze che si fanno esplodere per poter avere nel paradiso musulmano 72 vergini di scopare, come se si trovassero nel peggior bordello possibile, trasformando allah in un ruffiano, che avrebbe creato il paradiso, solo per poter far godere i maiali assassini nell’al di là.  Paradiso che discrimina ancora le donne, che faticano ad entrare, perché la loro condizione è tale che nemmeno dopo morte vengono rispettate o elevate al livello degli uomini.

Lisistrata

Russia, la figlia usa la minigonna e il padre la fa uccidere

MOSCA - Ha assoldato tre connazionali per far uccidere la figlia di 21 anni, «rea» di vestirsi in modo succinto, violando la tradizione islamica: autore del gesto, nella nordica San Pietroburgo, un commerciante di origine azera, Gafar Kirimov, 46 anni, che si era stancato di sentire i rimproveri dei suoi connazionali. Se durante l’inverno i contrasti con la figlia erano stati attenuati dal più coprente abbigliamento invernale, il genitore è tornato a vedere rosso quando, con l’arrivo della primavera, la giovane ha deciso di sfoggiare una minigonna all’università di medicina, dove studiava.

UCCISA E GETTATA IN UN BOSCOCosì il padre ha accettato i suggerimenti di alcuni connazionali, che gli avevano consigliato di lavare col sangue quella che a loro sembrava una insuperabile vergogna e, come riferisce il tabloid Komsomolskaia Pravda, ha assoldato tre azeri per 100 mila rubli (2.200 euro). Quest’ultimi hanno rapito la ragazza a bordo di una Zhiguli e, una volta usciti dalla città, l’hanno uccisa con due colpi di pistola alla testa, gettando il suo corpo in un bosco. Nel denunciare la scomparsa della figlia, però, il genitore si è tradito dandola per già morta, attirandosi così i sospetti della polizia. Al primo interrogatorio è crollato e ha confessato. Due dei sicari sono già stati arrestati, mentre il terzo è latitante.

Darfur, la minaccia dei rapitori "Senza risposte uccideremo gli ostaggi"

ROMA - Uccideranno gli ostaggi se il governo francese non accetterà di rifare il processo nei confronti di sei membri del gruppo umanitario francese Zoès Ark, accusati del rapimento di alcuni bambini in Ciad inviati in Europa per l’adozione, arrestati nel 2007, condannati a otto anni da un tribunale ciadiano ma poi amnistiati. Questa la minaccia del gruppo che tiene in ostaggio due operatrici umanitarie, una francese e una canadese, che lavorano per l’ong francese Aide Medicale Internationale, sequestrate nella notte fra il 4 e il 5 aprile Ed el Fursan, nel sud del Darfur, da uomini armati.

"Chiediamo alla Francia di riaprire il caso sui criminali di Arche di Zoe e di giudicarli attraverso un giusto processo", ha dichiarato, all’agenzia di stampa Reuters, un uomo che parlava a nome del sedicente gruppo "Aquile per la libertà dell’Africa". "Se il governo francese non negozierà in modo serio con noi, o non risponderà alle nostre richieste, uccideremo le due operatrici umanitarie", ha aggiunto il portavoce.

Nel frattempo una delle due donne, quella di origine canadese, ha detto – grazie a un contatto con l’agenzia di stampa France Presse – che sono entrambe in buona salute e che vengono trattate bene dai sequestratori. Secondo fonti giornalistiche sudanesi contattate poco dopo il sequestro, i rapitori avrebbero richiesto il pagamento di un riscatto.

I pirati di Aden controllati dal cielo Ma l'azione di forza non è facile

ROMA - A tenere sotto osservazione i movimenti delle navi sequestrate dai pirati nel Golfo di Aden ci sono un’infinità di occhi elettronici. Il rimorchiatore italiano Buccaneer attaccato ieri, con a bordo dieci italiani, cinque romeni e un croato, è arrivato sulla costa somala, riferisce la East African Seafarers Association, organizzazione per il monitoraggio della pirateria con sede in Kenya. La scialuppa di salvataggio della nave danese sequestrata martedì, sulla quale i pirati tenevano in ostaggio il capitano statunitense Richard Phillips, è stata attaccata e il capitano liberato, con tre pirati uccisi e uno catturato. Dopo cinque giorni gli Stati Uniti hanno deciso il blitz, ma se hanno aspettato tanto è stato perché hanno preso tempo per osservare e organizzare l’azione nel modo più sicuro.

Rotte e mosse dei pirati sono infatti tenute sotto costante controllo da aerei e navi della Nato e dell’Unione Europea. Ospitati a bordo di un aereo della Marina tedesca, che svolge azione di pattuglia nel Golfo di Aden nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom, ci si è potuti rendere conto di ciò che gli strumenti di bordo consentono di fare. Volando a un’altezza che non permette alle imbarcazioni di sentire neanche i motori dell’aereo, telecamere e radar possono vedere cosa accade sul ponte dei piccoli "dhow", le barche da pesca tipiche della zona, nelle quali si celano gli armamenti dei pirati.

Le fotocamere degli aerei da ricognizione fotografano e schedano ogni natante, riescono adirittura ad individuare con buona approssimazione i volti dei pirati. Ogni informazione raccolta da aerei o navi viene inviata a un database comune della Nato, dove è confrontata con dati precedenti e aggiornata costantemente. Anche in questo momento, dunque, le forze della Nato e della Missione Atalanta della Ue hanno informazioni precise su quel che sta capitando a bordo del rimorchiatore italiano e hanno potuto registrare ogni spostamento della scialuppa della nave danese. Le notizie sul buono stato di salute degli equipaggi del Buccaneer, numero e armi dei pirati sulla scialuppa con il capitano statunitense sono arrivate dagli occhi elettronici puntati sulle imbarcazioni.

Perché allora si attendono giorni prima di intervenire? Che un’azione di forza sia possibile lo ha dimostrato, oltre a quella per la liberazione del capitano Phillips, la vicenda dello yacht francese Tanit. La Francia ha deciso di non trattare, ma il prezzo che ha dovuto pagare è stata la morte di uno degli ostaggi. La situazione del rimorchiatore italiano però è più complicate. Il Tanit era un’imbarcazione privata, così come lo era diventata la scialuppa su cui i pirati avevano portato via il capitano statunitense, ma secondo il codice della navigazione internazionale, nel caso di un natante commerciale è l’armatore che decide cosa fare: in pratica, se la ditta ravennate Micoperi, armatrice del Buccaneer, non chiede l’intervento delle forze armate, le navi da guerra non possono fare nulla.

Gli Stati Uniti volevano evitare che un loro cittadino, per quanto sequestrato nel suo ruolo di dipendente di una ditta europea, finisse nelle mani dei pirati. Hanno mostrato i muscoli nella mattina di domenica sorvolando con i loro elicotteri Haradheere, sulla costa somala sull’Oceano Indiano, dove hanno scatenato il panico tra la gente che già temeva un bombardamento. C’è una risoluzione Onu che autorizza le navi Nato a intervenire contro i pirati anche all’interno delle acque somale, ma non a operare sul territorio somalo per distruggere le basi dei pirati. Bombardare la Somalia scatenerebbe un pandemonio a livello internazionale, mentre per combattere la pirateria la Nato cerca di creare un fronte ampio che coinvolga anche le nazioni islamiche. Da ottobre, infatti, sono state avviate collaborazioni con lo Yemen per il pattugliamento nel Golfo di Aden.

Tra le navi che fanno azioni di pattuglia nel tratto di mare più pericoloso al mondo c’è da qualche giorno anche la fregata italiana "Maestrale", ma è escluso che la nostra marina possa agire senza coordinarsi con le forze dell’Unione Europea e della Nato. Una fonte del ministero della Marina Militare ha detto subito dopo il sequestro del Buccaneer: "Noi sapremmo come intervenire, ma la decisione in merito deve essere politica".

La famiglia Bartolotti, armatrice del Buccaneer, non ha escluso di poter pagare un riscatto per liberare i suoi dipendenti. Aspettarsi un esito diverso da quello delle altre 17 navi al momento nelle mani dei pirati è difficile. Sono 260 gli ostaggi, la maggior parte dei quali di nazionalità filippina. In genere vengono trattati bene, per quanto si possa stare bene su una nave dove non si può più contare sulle scorte – anche nel caso ce ne fosse per un mese come sul rimorchiatore italiano -, perché vengono subito requisite come bottino e si mangia carne di capra ogni giorno, come hanno riferito alcuni ostaggi liberati.

Per ora la famiglia Bartolotti dice che non è stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. La Farnesina non fa trapelare nulla sull’andamento di eventuali contatti con i rapitori o trattative già avviate. Vale quel che ha commentato Silvio Bartolotti: "Non si può avere un’idea dei tempi della crisi".

India. No degli Ulema ai versetti del Corano nelle suonerie dei cellulari

NEW DELHI - In India il dilagare dell’uso dei telefonini cellulari ha spinto i responsabili del Jamia Ashra-ul-Madaris, un istituto di studi musulmani operante da 40 anni nella città vecchia di Kanpur, nello stato dell’Uttar Pradesh, ad approvare limitazioni e proibizioni in coerenza con la sharia (legge islamica). Lo riferisce la stampa di New Delhi. In particolare, i saggi islamici hanno esortato i credenti a non usare come suoneria gli «aayat» (versetti sacri del Corano), perchè «vanno ascoltati per esteso» e non vanno interrotti quando l’interlocutore risponde alla chiamata. L’interruzione di un versetto, hanno assicurato gli Ulema, significa per i credenti un «gunah» (peccato).

ALTRE INDICAZIONI - La seconda raccomandazione è quella di spegnere del tutto l’apparecchio e di non utilizzare nemmeno la funzione «vibrazione» durante le preghiere («namaz») quotidiane. Infine i saggi esortano ad evitare di portare il telefonino nel «baitulkhala» (gabinetto).

Somalia, i pirati minacciano gli Usa

MOGADISCIO - I pirati con base in Somalia annunciano vendetta contro chi, come gli americani, ha preferito la via del blitz contro gli assalitori anziché la trattativa e il pagamento del riscatto. E alzano ulteriormente il tiro: allargheremo il nostro raggio d’azione anche ad acqua molto lontane dalla Somalia, dice uno di loro che cerca di accreditarsi come il capo del gruppo che teneva in ostaggio il capitano americano Richard Phillips, liberato ieri grazie all’intervento della Marina Usa.

Raggiunto telefonicamente da un’agenzia di stampa nel villaggi costiero di Eyl, una delle roccaforti presunte della filibusta, circa 600 chilometri a nord di Mogadiscio, Abdi Garad accusa gli americani di avere mentito e di avere ucciso i "nostri amici" che "avevano accettato di liberare l’ostaggio senza alcun riscatto".
Ci saranno ritorsioni, annuncia, contro gli americani:
"Intensificheremo i nostri attacchi, anche lontano dalle acque somale e la prossima volta che avremo a che fare con gli americani spero che nessuno si attenda pietà da parte nostra".

E per verificare la situazione sul terreno è giunto oggi in Somalia il parlamentare americano Donald
Payne, scortato da sei guardie del corpo. Si tratta della prima visita a Mogadiscio di un importante uomo politico Usa da molti anni a questa parte. Il deputato democratico Payne, esperto d’Africa, è giunto a Mogadiscio su un piccolo aereo insieme al ministro degli Esteri somalo Mohamed Abdullah Omaar. Ha incontrato esponenti del governo a Mogadiscio. La visita, notano le fonti, ha avuto lo scopo di dimostrare come sul blitz antipirateria compiuto ieri dalla marina americana vi sia sintonia tra Washington e il governo somalo. In prospettiva dovrebbe servire a coordinare gli sforzi nella lotta alla pirateria che si inserisce nel più ampio obiettivo di dare stabilità alla Somalia, dove al momento il governo non è assolutamente in grado di controllare la situazione.
Il rimorchiatore italiano. Nelle mani dei pirati è ancora il rimorchiatore italiano Buccaneer, con 16 membri d’equipaggio, sequestrato sabato scorso nel Golfo di Aden. Il Buccaneer ha raggiunto la costa di Lasqorey e si è ancorato al largo di questo villaggio della regione autonoma del Puntland, nel nordest della Somalia. "Abbiamo contattato il rimorchiatore italiano, ha gettato l’ancora nella zona costiera di Lasqorey", ha precisato Abdiweli Ali Tar, responsabile di una società somala di guardacoste incaricata dal governo del Puntland di contrastare la pirateria.

I 16 membri dell’equipaggio – dieci italiani, cinque romeni e un croato – si trovano ancora a bordo del rimorchiatore, ha precisato Tar, raggiunto al telefono da Mogadiscio. Lasqorey è situato sulla costa del golfo di Aden, a circa 110 chilometri a ovest del porto di Bosasso, capitale economica del Puntland. Nell’area è giunta ieri la fregata maestrale della Marina militare italiana, adesso in attesa di disposizioni da parte dell’unità di crisi della Farnesina, che opera in coordinamento con la missione dell’Unione europea anti-pirateria Atalanta.

L'Aquila, nuova forte scossa in serata

L’AQUILA - Una nuova forte scossa di terremoto (magnitudo 4.9 sulla scala Richter) è stata avvertita all’Aquila e in Abruzzo alle 23,14 di lunedì. Le località più vicine all’epicentro sono Capitignano, Campotosto, Pizzoli e Barrete. La scossa è stata avvertita distintamente anche in Umbria, Marche e Lazio (fino a Roma). Nelle ore precedenti la terra era tornata a tremare dopo un periodo di relativa calma: una scossa di magnitudo 3.8 era stata registrata alle 21.09 con epicentro tra L’Aquila, Lucoli e Scoppito; una seconda di magnitudo 3,5 si era invece verificata otto minuti più tardi. Un nuovo evento sismico era stato registrato alle 22.08 con magnitudo 3. Il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi, ha riferito che sono state registrate nella zona diecimila scosse in una settimana, di cui un migliaio avvertite.

CONTROLLI - Proseguono senza sosta i rilievi agli edifici colpiti dal sisma in Abruzzo. I tecnici anche nel giorno di Pasquetta hanno lavorato per verificare i danni e controllare l’agibilità sismica di strutture pubbliche e case private nel capoluogo e nei paesi limitrofi colpiti dal terremoto, per poter far rientrare il prima possibile alcuni sfollati nelle loro case, ma anche nelle imprese per avviare al più presto le attività produttive.

30% EDIFICI INAGIBILI - Si lavora per arrivare a determinare, dove possibile, la dichiarazione di agibilità sismica la quale – spiega la Protezione civile – è condizione necessaria per consentire ai cittadini di rientrare nelle proprie case. Le notizie però non sono incoraggianti. Il 30% degli edifici finora sottoposti a verifica da parte dei tecnici dei vigili del fuoco e della protezione civile sarebbe risultato inagibile, praticamente irrecuperabile. Sono finora poco più di un migliaio le verifiche già effettuate, e il 50% degli edifici è risultato agibile, e questo viene definito dalla Protezione Civile un «dato molto confortante».
Il restante 20% è fatto di edifici o abitazioni recuperabili «con provvedimento», cioè con piccoli interventi, e anche questo è un dato ritenuto altrettanto confortante anche se va interpretato. Si tratta però solo di un migliaio di verifiche, manca l’esame nei centri storici. Le verifiche infatti hanno riguardato finora le aree perifiche o semiperiferiche de L’Aquila e degli altri centri abitati interessati dal terremoto. Si ha la convinzione che il quadro cambierà radicalmente nel momento in cui si entrerà nei centri storici, dove i danni provocati dal sisma sono stati sicuramente più devastanti e tali da rendere pressoché irrecuperabili abitazioni ed edifici, e la percentuale quindi dovrebbe variare. La priorità nelle verifiche ha riguardato finora case e scuole, perché si vuole in primo luogo riportare la gente nella propria abitazione e gli studenti in classe, laddove sarà possibile da subito. Verifiche anche negli edifici cosiddetti strategici, legati cioè alle attività istituzionali. Per quanto riguarda i centri storici sarà un’operazione lunga l’accertamento dei danni e quindi si procederà a perimetrare quelle aree dove c’è difatto certezza di danno notevole ed irrecuperabile.

IN ARRIVO I TECNICI UE - Otre ai tecnici italiani già sul posto e a quelli in arrivo dalla prossima settimana giungeranno in Abruzzo 8 esperti messi a disposizione dall’Unione europea per prendere parte alle operazioni. Germania, Grecia, Olanda, Polonia, Slovenia, Svezia, Spagna, Portogallo, Francia e Austria, aggiunge la Protezione civile, hanno già fornito un elenco di nominativi di professionisti che presto potranno contribuire alle verifiche.

EMERGENZA MALTEMPO - Dopo una Pasqua relativamente tranquilla dal punto di vista meteorologico, è invece il maltempo ad aumentare l’emergenza nelle tendopoli nelle quali sono rifugiati i terremotati all’Aquila e nel suo circondario. Da lunedì mattina un forte vento, con pioggia a tratti, sta interessando gran parte dell’area disastrata. Coperte e stufe sono in distribuzione in tutte le tendopoli allestite per ospitare i terremotati. La pioggia forte nei paesi a ridosso del capoluogo abruzzese, sommata al vento e anche a una temperatura più rigida, costringe la protezione civile ad un supplemento di interventi a favore dei terremotati. La preoccupazione è rappresentata dal freddo nei paesini di montagna e dalla pioggia in quelli a valle. Le previsioni per lunedì, e per almeno la mattinata di martedì, parlano di pioggia e anche di temporali, con temperatura minima intorno ai 5 gradi nelle ore notturne. Per la protezione civile è fondamentale l’aspetto meteorologico, perchP ad esso è legata poi tutta una serie di interventi, a cominciare dalle verifiche sulla stabilità e agibilità degli edifici sgomberati. In tutte le tendopoli si sta provvedendo inoltre a stendere per terra ghiaia o stabilizzante, in maniera tale da impedire che con la pioggia si crei fango e renda tutto ancor più precario.

SCIACALLAGGIO E SANITÀ - Continuano anche le attività antisciacallaggio, di presidio e di sostegno alla popolazione da parte del Corpo forestale, che ha messo in campo 196 uomini. Sul versante sanitario, invece, sono oltre 600 le persone visitate nell’ospedale da campo gestito dall’Ares all’Aquila dal 6 all’11 aprile. Nel complesso hanno ricevuto assistenza più di 24. mila persone nei vari punti medici avanzati. L’ufficio Volontariato e relazioni istituzionali della Protezione civile, infine, sta curando con l’Anci il ripristino delle attività del Comune dell’Aquila.

GLI ULTIMI DUE FUNERALI - Intanto si sono svolti i funerali delle ultime due vittime recuperate dai soccorritori tra le macerie delle abitazioni de L’Aquila. I corpi erano stati trovati venerdì e sabato. La cerimonia funebre è slittata a questa mattina, ancora una volta presso la Scuola per soprintendenti e ispettori della Guardia di Finanza a Coppito.

COMUNI INSERITI NEL COM - Dopo le proteste dei sindaci dei Comuni esclusi dalla lista di quelli colpiti dal sisma, inseriti nel COM 7 di Sulmona, è stato approntato un nuovo elenco che dovrà ora essere ratificato con decreto ministeriale. Dagli originari 14 Comuni si è passati a 21. Si tratta di Campo di Giove, Roccapia, Villalago, Cocullo, Secinaro, Cansano, Pacentro, Introdacqua, Pettorano sul Gizio, Goriano Sicoli, Gagliano Aterno, Anversa degli Abruzzi, Bugnara, Castel di Ieri, Castelvecchio Subequo, Molina Aterno, Roccacasale, Sulmona, Vittorito, Raiano e Corfinio. Restano ancora fuori Popoli, Bussi sul Tirino, Torre de’ Passeri e Tocco da Casauria, in provincia di Pescara. «Ho dovuto telefonare più volte alla Protezione Civile – racconta il sindaco di Raiano, Enio Mastrangioli -, inviando un elenco dei danni constatati nel mio paese. Eppure la situazione era molto chiara, come a Corfinio, paese che, come il nostro, era stato inspiegabilmente escluso dai Comuni danneggiati».

Somalia, sequestrato dai pirati rimorchiatore con 10 italiani a bordo

ROMA (11 aprile) – Un rimorchiatore di proprietà della società Micoperi di Ravenna, il Buccaneer, che stava operando per una compagnia degli Emirati Arabi Uniti, è stato sequestrato dai pirati nel Golfo di Aden, a 60 miglia da Aden, nel tratto di mare tra la Somalia e lo Yemen, in transito da Singapore verso Suez. A bordo vi sono 16 uomini, dieci dei quali italiani, che non sono in possesso di armi e starebbero bene. Il rimorchiatore stava trainando due grandi chiatte.

L’attacco si è verificato alle 11 locali, le 9 in Italia. Secondo il tenente Sergio Carvalho, a bordo della nave militare portoghese Nrb Corte-Real, di pattuglia nella zona nell’ambito dell’operazione Nato di scorta al naviglio mercantile, il rimorchiatore ha lanciato un Sos prima che le comunicazioni fossero interrotte sei minuti dopo. La nave militare si trovava troppo distante per prestare aiuto. Il Buccaneer si sta ora dirigendo verso le coste somale.

La fregata Maestrale, della Marina Militare italiana, si sta dirigendo verso la zona dove è stato attaccato il Buccaneer: l’arrivo nell’area, 70 miglia a sud di Aden, è previsto per le prossime ore. Salpata il 2 aprile da Taranto, la fregata Maestrale partecipa alla missione Atalanta, la prima guidata dall’Unione europea contro la pirateria. La fregata ha un equipaggio di 220 marinai, dispone di due elicotteri AB 212 ed è al comando del capitano di Fregata Angelo Virdis. La missione Atalanta è partita il 13 dicembre 2008, con unità britanniche, francesi, greche, tedesche e spagnole, tutte inserite nel gruppo aero-navale europeo (Eunavfor) comandato dal capitano di vascello Juan Garat, della Marina militare spagnola.

In tutto sono una trentina i Paesi – dalla Cina alla Russia, dall’India al Giappone – che schierano loro unità navali in quel tratto di mare. Si tratta di navi che partecipano a formazioni internazionali, come le task force 150 e 151, entrambe a guida Usa, o come la la flotta Nato Snmg1, oppure unità inviate autonomamente da singoli Paesi a difesa degli interessi nazionali: è quello che fece anche l’Italia, nel 2005, quando il governo decise di impiegare il pattugliatore Granatiere dopo una serie di attacchi a mercantili italiani. Le ultime missioni sono state quelle del caccia Durand de la Penne, nave ammiraglia della flotta Nato Snmg2, che al comando dell’ammiraglio Giovanni Gumiero ha sventato almeno 13 sequestri di mercantili, e la breve partecipazione del pattugliatore Comandante Bettica alla stessa missione Atalanta.

Fonti della Farnesina riferiscono che «si valutano e si stanno esaminando azioni anche a livello di collaborazione internazionale». Sulla vicenda – spiega la stessa fonte – c’è un «coordinamento a livello interministeriale e internazionale». L’Unità di Crisi, attraverso un rappresentante dell’armatore dell’imbarcazione italiana, è in contatto con i familiari dei membri dell’equipaggio. La Farnesina comunica che manterrà sulla vicenda il massimo riserbo, auspicando che ciò venga compreso dai mezzi di informazione, per facilitare la soluzione della vicenda con la liberazione dell’equipaggio dell’imbarcazione.

Il general manager della Micoperi, Claudio Bartolotti, ha confermato che si tratta di un rimorchiatore che era diretto da Singapore a Suez. «Le ultime notizie che ho avuto sono rassicuranti, nel senso che la vicenda si potrebbe risolvere. Anche se non conosco l’evoluzione della situazione», ha detto Bartolotti, il quale ha fatto capire di essere stato in contatto con fonti locali. «La notizia dell’accaduto l’ho ricevuta via e-mail. L’ultima comunicazione risale alle 12.05. Sarebbero dovuti arrivare a destinazione verso mezzanotte». Secondo Bartolotti «è possibile che l’equipaggio si sia trovato a bordo i pirati senza nemmeno rendersene conto. L’attenzione nella zona era massima, ma è strano che non sia stato pigiato il pulsante che viene utilizzato in caso di attacco». Nella comunicazione delle 12.05 «era tutto tranquillo. Poi la mail dove si diceva: ‘Siamo sotto l’attacco dei pirati’. Abbiamo mandato a nostra volta un’altra mail, ma non abbiamo ancora avuto risposta». L’equipaggio della nave «è composto da persone di fiducia dell’azienda, marinai esperti. Per me è come se sulla Buccaneer ci fossero sedici figli miei. Sto raccogliendo informazioni, e se sarà necessario prenderò un aereo e partirò immediatamente». Bartolotti ha precisato che a bordo della nave non ci sono armi, e che i pirati hanno forse scelto un rimorchiatore come obiettivo dell’attacco «perché è un mezzo navale abbastanza basso».

I dieci italiani.
Secondo l’operation yard di Ortona (Chieti), cioè la base operativa della Micoperi, i dieci marinai italiani sono di Torre del Greco (Napoli), Ortona, Molfetta, Latina, Trapani e Teramo. Il comandante è Mario Iarlori, 51 anni, originario di Ortona (Chieti). I due residenti a Molfetta sono Ignazio Angione, di 54 anni, direttore di macchina, e Filomeno Troilo, cuoco di 60 anni.

Il Buccaneer è un rimorchiatore di 75 metri che stava portando due bettoline da Singapore verso Suez. A bordo ci sono 16 membri di equipaggio: dieci italiani, un croato e cinque romeni.

La Micoperi è stata costituita nel 1946 come società di salvataggio per liberare le linee di trasporto marittimo da navi affondate durante il secondo conflitto mondiale. Attualmente opera nella costruzione, trasporto e installazione di impianti off-shore, nella posa di linee per gas e petrolio, nell’installazione di terminali marini e nella costruzione di porti, moli e frangiflutti. Le principali aree geografiche di intervento sono il Mediterraneo, il Sud est asiatico e l’Africa occidentale, in particolare la Nigeria

In precedenza i pirati somali avevano attaccato una nave battente bandiera panamense nel Golfo di Aden ma erano stati respinti dai marinai che hanno usato idranti contro di loro. Contro la nave è stato lanciato un razzo (che non è esploso) e sono stati sparati alcuni colpi di arma da fuoco. I pirati hanno desistito quando sono stati investiti dai getti d’acqua: «Pensavano che l’obiettivo fosse più facile», ha commentato un ufficiale della Nato.

Nel 2008 sono stati 177 gli attacchi di pirati, con il sequestro di 43 imbarcazioni, rispetto ai 58 attacchi (12 con sequestro) del 2007. Nell’area del golfo di Aden e del Corno d’Africa transitano annualmente più di 20.000 navi, 2.000 delle quali sono legate ad interessi italiani e 600 battono bandiera italiana.

Londra nega il visto al fratellastro di Obama

LONDRA – Spunta un nuovo parente keniano a imbarazzare il presidente degli Stati Uniti. Il domenicale britannico News of the World riporta che a metà gennaio Samson Obama, uno dei fratellastri di Barack, fu bloccato alla frontiera britannica. Samson, diretto a Washington per assistere alla cerimonia di insediamento del presidente, aveva fatto tappa all’East Midlands Airport per andare a trovare alcuni parenti della madre, Kezia, che aveva vissuto nell’Inghilterra meridionale. Ai controlli di frontiera gli agenti si accorsero che lo scorso novembre Samson era stato fermato dalla polizia nel Berkshire perché sospettato di aver tentato di molestare sessualmente un gruppo di ragazze tra cui una tredicenne. Non solo. Il fratellastro del presidente Usa, che gestisce un negozio di telefoni cellulari fuori Nairobi, aveva fornito un falso documento alla polizia, spacciandosi per Henry Aloo, un profugo keniota che aveva chiesto asilo in Gran Bretagna. La polizia rilevò le impronte ma non incriminò formalmente Samson che lasciò il Paese.

Il domenicale britannico, di proprietà del magnate conservatore Rupert Murdoch, riferisce che le autorità britanniche – che hanno confermato la notizia – informarono la Casa Bianca dell’incidente. Samson Obama, per nulla scoraggiato, vistosi rifiutato l’ingresso nel Regno Unito prese un volo diretto per Washington dove assistette all’insediamento del celebre fratello. Per il presidente Usa non è il primo caso di "parente imbarazzante": durante la campagna elettorale si scoprì che una zia viveva da clandestina a Chicago; a fine gennaio George Obama, un altro fratellastro, venne arrestato per droga a Nairobi. Il padre, Obama senior, ebbe in totale 11 figli da quattro donne diverse.